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VERSO LE ELEZIONI 

Amico e la scelta “Coraggiosa” di candidarsi alle Regionali

Roberto Fontanili
Amico e la scelta “Coraggiosa” di candidarsi alle Regionali

Il presidente di Arci Emilia Romagna in una delle liste che sostiene Bonaccini «Non possiamo consegnare l’Emilia Romagna alla Lega, mettiamoci la faccia»

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“Chi gliel’ha fatto fare di candidarsi?” È iniziata con questa domanda, che parte dalla convinzione che questa volta fare il candidato non sarà una passeggiata, l’intervista a Federico Amico presidente regionale dell’Arci e da tre anni portavoce regionale del Terzo Settore, che si presenta alle Regionali nella lista “Emilia-Romagna Coraggiosa”.

«Di fronte al rischio di consegnare la nostra regione a chi ha agitato il sospetto se non addirittura l’odio nei confronti di questo mondo è arrivato il momento di metterci la faccia», è stata la sua risposta. Federico Amico, 48 anni, sposato, papà di Marta, dal marzo 2014 presidente regionale Arci e portavoce regionale del Terzo settore, risiede a Cavriago e da febbraio con due amici si è inventato imprenditore e ha aperto in centro storico la Guerrina, piccola osteria che propone piatti bio e del territorio.

Non è che a candidarsi l’ha convinta Matteo Salvini?

«Da un lato Salvini e dall’altro Bonaccini. Ho avuto a che fare molto con la Regione in questi ultimi anni e ho toccato con mano gli elementi positivi del nostro modello. Ma mi sono reso anche conto come tutto il mondo dell’associazionismo e del volontariato sia una realtà non conosciuta fino in fondo. Per questo penso che la Regione non possa essere consegnata alla Lega e credo che sia importante portare il civismo forte che esiste nel nostro territorio in Regione che molto determina nelle politiche dell’associazionismo e del volontariato».

È candidato nella lista “Emilia-Romagna Coraggiosa”, che si presenta a Reggio mercoledì 11 al Fuori Orario e che fa riferimento a Elly Schlein e all’area a sinistra del Pd. Un nome, un programma?

«Entrambi, perché ci vuole del coraggio per impegnarsi in politica e ci vuole il coraggio di affermare principi e idee che non siano solo quello del mantenere lo status quo e di dire che pur in una regione che ha tanti aspetti positivi, esiste ed è percepito, un disagio sociale, economico e culturale. E qualcuno deve farsene carico».

Una scelta quasi obbligata appoggiare Bonaccini?

«In questo momento non esiste una terza via plausibile. Sia per il regolamento elettorale, sia per la visione amministrativa di Stefano Bonaccini. L’esperienza degli ultimi cinque anni non è buttare via, ma ci sono margini per migliorare».

In quali settori?

«C’è molto da fare sul tema della sostenibilità ambientale e sul ricostruire i legami sociali tra le persone. Viviamo un momento in cui è in atto un sensibile innalzamento dell’età media e per contro ci sono le solitudini lavorative dei giovani e si sta creando una frattura generazionale molto forte. Occorre affrontare i temi della difficoltà della popolazione anziana, la non autosufficienza, la solitudine e il disagio dei giovani o non avremo più una generazione con del tempo libero».

Il riferimento è alle associazioni di volontariato in crisi per mancanza di volontari?

«Anche a quello, ma soprattutto a quando una famiglia si trova di fronte a una disabilità o a una malattia che costringe a cambiare lavoro e a rivedere il proprio progetto di vita».

La scelta è tra continuare con il modello attuale, a dispetto dei cambiamenti climatici e una decrescita che quasi per definizione è infelice?

«Ci sono alternative, come il modello di transizione ecologica che prevede provvedimenti anche radicali verso una sostenibilità ambientale e nello stesso tempo accompagnino la trasformazione della politica industriale e della politica dei trasporti».

Lo stesso vale per le aree interne del nostro Appennino?

«Non possiamo pensare che le aree montane siano svuotate da servizi e attività e diventino un dormitorio. Devono essere luoghi di socialità e di partecipazione. Con l’abolizione delle circoscrizioni e delle province va rivisto il tema della partecipazione e la cultura può essere il collante di questo processo. Non basta fare una grande arena spettacoli, bisogna ragionare come possa far crescere la cultura di base. Lo stesso vale per le biblioteche, che devono diventare centri di incontro e di una nuova socialità. Così come lo è ragionare sull’utilizzo degli spazi comuni nei condomini, che vanno riutilizzati per farne luoghi in cui i giovani siano protagonisti di nuove forme di autogestione. I giovani non devono essere serviti ma messi nelle condizioni di fare. I servizi sociali funzionano ma vogliamo che non collassino: occorre tenere presente che è cambiata la quantità di tempo per fare volontariato».

Insomma un giovane senza lavoro non può pensare di fare volontariato.

«Serve un Patto per il lavoro sociale perché molti ragazzi che lavorano nel sociale devono avere certezze e sto parlando di 87mila persone nella nostra regione che possono fare volontariato, ma non come una forma di lavoro surrogato».

Dal 2001 lei è tra i promotori della campagna nazionale per il riconoscimento della cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri.

«Un tema centrale nel mio impegno personale e politico e credo che se la nostra Regione lo assumesse come una priorità potrebbe incidere anche sulle scelte nazionali. E sarebbe – conclude Amico – un atto di giustizia». —



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