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Da Montecchio al Kenya per ricordare il figlio morto a 18 anni

Alessandro Zelioli
Da Montecchio al Kenya per ricordare il figlio morto a 18 anni

Rolando Paterlini parla dell’impresa dedicata a Gianluca, morto a 18 anni: «I bimbi lavoravano con le mamme, non era una cosa umana. Da lì il progetto»

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MONTECCHIO. Entrare nel suo ufficio è come fare un tuffo nel passato. Ricorda quelle stanze dei capi di una volta, quelli che avevano la finestra per dominare dall’alto i propri operai. In realtà, Rolando Paterlini, presidente del gruppo Csf, non è uno che si fa temere dai suoi dipendenti.

Anzi. Dietro quell’aspetto burbero si cela una persona che ha saputo creare un impero, grazie anche ai due soci – Aldo Pattacini ed Ettore Catellani – con i quali fondò nel 1970 la Csf Inox, società a nome collettivo nata dalla trasformazione della torneria fondata nel 1967 con l’acronimo dei cognomi: Catellani, Spaggiari e Ferretti che l’avevano aperta.

Ora Paterlini, a oltre 80 anni, continua a stare nell’azienda di Strada per Bibbiano ogni momento della giornata, e da qui governa le altre cinque strutture, compresa la Csf Sarl con sede in Francia. In totale, il gruppo Csf fattura poco meno di 80 milioni di euro l’anno, per un totale di circa 330 dipendenti impiegati nella realizzazione di pompe, valvole, miscelatori, scambiatori di calore in acciaio inox e le sue leghe da usare nei settori food, chimico e nell’ultima delle frontiere: il farmaceutico.

«Nel 2008 abbiamo ricevuto l’attestato di massima affidabilità dalla D&B, che è l’organismo numero uno per questo tipo di certificazioni del nostro settore – racconta con orgoglio Paterlini – che ci ha assegnato il voto di indice più alto. Per noi è stato motivo di orgoglio, anche perché da allora abbiamo mantenuto questo standard, migliorandolo».

L’azienda è la sua vita, ma da una ventina d’anni lei ha una seconda attività che manda avanti parallelamente a questa: una scuola in Kenya.

«Sì, e questa è veramente una bella storia».

Vuole raccontarcela?

«A fine anni ’90 abbiamo concluso un importante contratto con una importante azienda nel settore alimentare che produce marmellate, succhi e molto altro. Dirigente dell’operazione per l’Africa era Giorgio Calanca, un modenese di San Felice sul Panaro con il quale stringemmo subito una grande amicizia. Lavoravamo sugli ananas, che sono una bacca e non un frutto come si pensa. Andai in Kenya e vidi tanti bambini che andavano a lavorare con le madri, mentre prendevano ancora il latte. Lavorando a cottimo, le mamme si prendevano anche i bambini che, anche se raccoglievano poco, potevano comunque dare un piccolo reddito supplementare. Mi chiesi se era umana una cosa del genere. E non lo era».

Però alla scuola non aveva ancora pensato.

«Non avevo minimamente idea di come poterli aiutare. Ma ci pensò quell’autentico “pomodoro” di Giorgio. Mi telefonò e mi disse che c’era bisogno del mio aiuto per realizzare un progetto: una scuola. Dissi subito di sì, felice di poter dare una mano. Nel2000 prendemmo in affitto due stanze fatiscenti e aprimmo con un solo bambino iscritto. A fine 2000 erano già 48. Ora sono 800 e la nostra struttura è la prima del Kenya».

Andiamo con ordine. Nel frattempo, però, la struttura si è allargata.

«Abbiamo costruito una città nella città – ride – e possiamo contare su un’area di 7.500 metri quadri di terreno edificabile, recintato con mura alte 3 metri, come prevede il regolamento del luogo e anche per difendersi da guerriglieri e ladri. La struttura è a Thika, seconda città del Kenya. Sono sei gli edifici che compongono la New Bambini School, oltre a una piscina realizzata nel 2006 come riserva d’acqua in caso di necessità. Dopo il 2000 abbiamo provveduto a fare delle modifiche: nel 2005, nel 2009 e nel 2016. Nel 2015 sono usciti i primi ragazzi che hanno partecipato al concorso per entrare al liceo: otto dei primi dieci erano nostri. Mi emozionai».

Questa scuola, però, non è solo una delle tante opere benefiche alle quali partecipa. Qui, c’è un pezzo del suo cuore: Gianluca.

«Eh si – sospira quello che in Kenya hanno soprannominato Muzungu (uomo bianco grosso) cercando di nascondere una grande emozione –. Quella scuola porta il nome di mio figlio, scomparso il 4 gennaio 1982 per un incidente d’auto a soli 18 anni. Anzi. Il mio secondogenito fu vittima di un incidente per il quale venimmo risarciti con una cifra ridicola, considerando la giovane età, ma che, nonostante a quei tempi avessi bisogno di liquidità, non toccai devolvendola in beneficenza. Mi fece male sapere che ci fosse un prezzo per le persone, e che Gianluca, tra queste, valeva pochissimo. Contattai un vicario della Chiesa parmense che mi aiutò a ripartire quella cifra su diversi progetti benefici. Ho altri due figli, per fortuna. Ma questa scuola è qualcosa che va davvero oltre».

Un modo per non dimenticare?

«Certe cose non si dimenticano. Ma poter aiutare dei bambini, quello sì che non si dimentica. Come non posso dimenticare quanto ci abbiano fatto male politici e apparati del luogo per metterci i bastoni tra le ruote. Ora, però, i figli di quei signori hanno fatto la fila per entrare nella nostra scuola. E a quelli abbiamo imposto la quota di iscrizione, che agli altri, invece, non viene applicata. La nostra scuola è privata, ma gratuita per tutti. Tranne che per quelle famiglie che hanno cercato con la loro influenza di fermarci».

Ma come potrà andare avanti?

«Abbiamo creato una fondazione, la Gianluca Paterlini Onlus, cui vengono devolute donazioni che tante persone che conosco fanno ogni anno. Questa sarà sufficiente a far proseguire il progetto ancora per molti anni».

Imprenditore di successo; proprietario dell’ippodromo di Montechiarugolo; patron di una squadra di ciclismo professionistico (la Bardiani), di una squadra di calcio dilettantistico (il Montecchio) e benefattore. Con quale di questi titoli vorrebbe essere ricordato?

«Io sono solo un tecnico. Che ha provato a fare qualcosa per gli altri».

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