Pestaggio, il 20enne sta dentro «Le botte? Mi ha provocato»
L’indagato si difende in tribunale ma per il giudice c’è il rischio che possa rifarlo, i colpi sferrati a mani nude al volto e al cranio potevano uccidere il 39enne
BORETTO. Rimane in carcere il ventenne Ion Ciorba – d’origine moldava ma con cittadinanza italiana – che domenica pomeriggio si è scagliato con violenza contro un ucraino di 39 anni, colpendolo con pugni, schiaffi e calci, sino a farlo crollare a terra.
La conferma della misura restrittiva l’ha presa ieri il gip Luca Ramponi al termine dell’udienza di convalida dell’arresto per tentato omicidio. Un’accusa grave, quindi in tribunale a Reggio Emilia si è tenuto un interrogatorio delicato.
E il giovane – difeso dall’avvocato Domizia Badosi (che ha sostituito il collega Giovanni Tarquini) – ha ricostruito diversamente i fatti: «Sono dispiaciuto, non credevo che la cosa potesse prendere una piega di questo tipo. Lui mi ha provocato, ha preso l’iniziativa e io mi sono difeso. Avrei, comunque, fatto meglio ad andarmene».
Al termine il pm Laura Galli ha chiesto la misura cautelare in carcere per l’indagato, mentre la difesa si è rimessa a giustizia, con la possibilità di ottenere dei colloqui in carcere con i familiari, vista la giovane età dell’arrestato.
Diversi i motivi che hanno portato il gip Ramponi a mantenere in cella il ventenne. Per il magistrato giudicante sono stati sferrati colpi (a mani nude e ripetuti, ferendo gravemente cranio e volto) che potevano cagionare la morte, inoltre Ciorba è stato bloccato da alcune persone (connazionali della vittima, ndr), altrimenti avrebbe continuato a picchiare con la stessa violenza.
Inoltre il gip sottolinea – nell’ordinanza – come il giovane abbia affermato, in quei momenti concitati, di voler nuovamente tentare di ammazzare il rumeno una volta liberato dall’arresto. Per non parlare dell’abuso di alcol che ne compromette l’autocontrollo.
Particolari non indifferenti e che portano il giudice a considerare come elevato il rischio di reiterazione del reato. Fra l’altro la famiglia – per il momento – non se la sente di riaccogliere in casa il ventenne, da qui anche l’impossibilità di applicare la misura cautelare degli arresti domiciliari. —
T.S.
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