Vecchi preconcetti e pregiudizi È così che riappare la sottocultura
Nilde Iotti è lontana anni luce dallo stereotipo proposto da Libero La più avanzata emancipazione femminile è proprio qui, in Emilia
L’opinione
luciano salsi
“Beh, proprio perchè voi sciete il scire fan zinquemila lire, è un prezzo di favòr...”.
Così cantava con uno strascicato accento bolognese Fabrizio De André, intonando i versi di “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” composti insieme a Paolo Villaggio. La cittadinanza petroniana attribuita alla bionda “donzella” che arpiona il prode sovrano per chiedergli la dovuta “parcella” ci aiuta a comprendere il significato della battuta con cui Giorgio Carbone ha infangato sulle pagine di Libero la memoria di Nilde Iotti.
Negli anni Sessanta era ancora radicato il pregiudizio che le donne di Bologna, la “dotta” e la “grassa”, fossero particolarmente inclini a soddisfare i piaceri della carne e della gola.
Come in tutti i preconcetti c’era un fondo di verità. La sua università, la più antica e celebre d’Europa, attraeva folle di studenti celibi e danarosi, propensi a servirsi delle ragazze del luogo sia per il sesso che per la ristorazione. Il giornalista ha ripreso quella nomea, sulla quale fiorivano tante barzellette e scenette comiche, distorcendola in più versi.
La attribuisce in genere alle “donne emiliane”, mentre era ristretta alle bolognesi per i motivi di cui s’è detto. La attualizza utilizzando il tempo presente (“L’essere grande in cucina e a letto è il massimo che in Emilia si chiede a una donna”) come se la nostra regione non avesse conosciuto negli ultimi decenni la più avanzata emancipazione femminile.
Quel ch’è peggio, la incarna in una donna, la compagna di Palmiro Togliatti, lontana anni luce da quello stereotipo. Nilde Iotti era una donna bella ma algida, una compostissima professoressa che non brillava per il sex-appeal. Sicuramente il segretario del Pci, che era un fine intellettuale, era stato catturato dalla sua intelligenza e cultura più che dalle doti erotiche. Tanto meno ne avrà apprezzato l’abilità culinaria, ammesso che lei avesse il tempo di sfornellare come una capace “arsdora” di quei tempi.
Carbone ha fatto di peggio che una sparata sessista e misogina indirizzata genericamente al “gentil sesso”. Ha distorto l'immagine di un personaggio pubblico entrato a far parte della storia nazionale, bersagliandola non in quanto donna, ma in quanto comunista. Ha usato, a dire il vero, un tono scherzoso e inoffensivo, ma cadendo in uno di quei pregiudizi campanilistici tipici della sottocultura d'una volta, dello stesso stampo di quelli che volevano i genovesi avari, i siciliani mafiosi, i milanesi affaristi, i napoletani cantanti, i vicentini “magnagati”, i reggiani teste quadre e via dicendo. —
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