Contro il cancro al seno adesso lo screening diventa personalizzato
L’Ausl capofila di un progetto internazionale di prevenzione Nei controlli saranno studiati anche il dna e la familiarità
L’Ausl di Reggio è la capofila per l’Italia di uno screening personalizzato, a cui partecipano sette Paesi (Italia, Francia, Belgio, Olanda, Israele, Inghilterra, Usa) che si pone l’obiettivo di reclutare in cinque Paesi 85mila donne (di cui cinquemila reggiane con età trai 40 e i 70 anni), per individuare quale sia lo screening più efficace per contrastare il tumore al seno. Il nuovo studio punta su una prevenzione sempre più precoce e mirata. O, meglio ancora, personalizzata. E lo fa studiando la predisposizione di ogni donna a sviluppare questo tipo di tumore prendendo in considerazione non più solo il fattore legato all’età (come avviene ora) ma anche la familiarità, il dna e la densità del seno. La partecipazione allo studio randomizzato, che significa che le donne saranno assegnate in modo casuale al nuovo screening o a quello tradizionale, è gratuita e volontaria ed è assicurata la riservatezza dei dati trattati. Non è casuale invece la presenza di Reggio in questo studio innovativo, ma che parte dalla esperienza e dai risultati ottenuti con lo screening al seno condotto attualmente.
I DATI
A Reggio il primo screening sperimentale per il tumore al seno è partito nel 1994 per consolidarsi nel 2000 con una adesione tra le più alte in Italia (pari all’ 80% delle donne interessate). Il modello attuale prevede che le donne nella fascia tra i 45 e 74 anni (più ampia rispetto a quella prevista dal Ministero) siano sottoposte per quelle dai 45 ai 49 anni a una mammografia annuale e per quelle fino a 74 anni a un controllo biennale. In Italia ogni anno vengono diagnosticati oltre 50mila tumori al seno: 4.500 nella nostra regione e circa 500 nella nostra provincia.
IL COMMENTO
«Di questi – sottolinea il direttore sanitario Ausl, Cristina Marchesi – il 90% ha una dimensione inferiore ai 2 centimetri il 50% inferiore a un centimetro. Prevenzione e diagnosi precoce hanno fatto sì che la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi sia superiore al 90%». Assieme a Cristina Marchesi a illustrare le finalità del nuovo studio, che ha ricevuto un finanziamento dalla Ue di 12,4 milioni, il direttore scientifico Massimo Costantini, il direttore del servizio di Epidemiologia Giorgi Rossi e Pierpaolo Pattacini, direttore della Radiologia che seguirà per i prossimi quattro anni il progetto. A spiegare le modalità dello studio sono stati proprio Costantini, Pattacini e Rossi che hanno sostenuto come «il risultato sperato sia quello di veder aumentare i casi in cui il tumore viene individuato in fase molto precoce proprio perché le donne a rischio saranno controllate con frequenza maggiore rispetto agli standard attuali e che per superare il modello attuale occorre verificare che il nuovo si basi su solide basi scientifiche». —
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