Treni, stazioni, telegrafo, porti, strade Quando Reggio entrò nella modernità
1849-1859: gli ultimi anni del Ducato Estense fra tecnologia e riforme raccontati negli Atti del convegno ora in libreria
il libro
C’è poco da dire, quattro secoli e mezzo di dominio estense hanno lasciato il segno anche nella rivoluzionaria Reggio Emilia.
La nostra città infatti urbanisticamente, socialmente, culturalmente ed economicamente è plasmata dall’Aquila bianca, che da noi DAL 1849 al 1859 ebbe due province.
Ovvero quella di Guastalla, in riva al Po a nord e l’altra più a sud fino al crinale. Poi con il “passaggio” nell’Italia unita non è che le cose venissero stravolte, anzi...
E il recente volume: Reggio Emilia dal Ducato all’Italia Unita (320 pagine, 20 euro), ce ne parla compiutamente, analizzando i vari aspetti istituzionali, culturali del territorio e dell’economia.
Curato da Alberto Ferraboschi e Alberto Cenci, gli atti del convegno tenutosi nel marzo scorso raccontano più aspetti di casa nostra nel pieno Ottocento, dalla città estense che divenne italiana, direbbe Nievo.
I contributi
Gli argomenti toccati spaziano dalla storiografia risorgimentale allo studio delle comunità e del territorio nel periodo di passaggio fra Ducato Estense e Regno d’Italia. L’Ottocento reggiano rapportato al contesto nazionale ed europeo.
Ecco quindi la transizione istituzionale del momento descritta da Angelo Spaggiari; la “costruzione” della classe dirigente raccontata da Fabrizio Solieri; le nostre istituzioni economiche illustrate da Roberto Cea; Gabriele Fabbrici e e Maria Barlettai si occupano della presenza ebraica e della filantropia di Ulderico Levi.
Nella seconda parte dedicata alla società e al territorio: Giordano Gasparini ci espone la cultura risorgimentale, Antonella Campanini quella alimentare del tempo; Fabrizio Anceschi della memoria risorgimentale mentre Alberto Menziani cura gli aspetti militari legati alla città.
Davide Dazzi riporta la liquidazione del patrimonio ecclesiastico e Roberto Marcuccio tratta di intellettuali, editoria e libri in quel momento storico.
Poi si parla anche di strade, ferrovia e telegrafo nel territorio reggiano che l’ultimo duca Francesco V introdusse alla fine del periodo estense. “Dai lavori emergono una serie di fratture, ma anche continuità e rimodulazione nel passaggio” sottolinea il professor Piergiovanni Genovesi dell’Università di Parma.
Anni straordinari
Sarà perché poco prima c’era stato il 1848, quello della primavera dei popoli (l’originale) che aveva sconvolto l’intera Europa, arrivando addirittura a cacciare il potentissimo Metternich dalla corte imperiale.
Ma, forse, per un effetto domino anche Reggio Emilia dal 1849 al 1859, prima di entrare nell’Italia Unita entra nella modernità.
I cambiamenti sono ancora attuali: dal treno al telegrafo, dalle nuove misure metriche all’illuminazione a gas, dai francobolli alle corrispondenze (postali e telegrafiche) che collegarono Reggio Emilia-Modena-Mantova ol nord Europa.
Poi le Leghe, commerciali, con Vienna e l’area pangermanica, la libera navigazione in Po dal Mincio all’Adriatico, che ha in Luzzara e Guastalla porti fluviali...
Insomma cambiamenti che anticipano l’Unità, seppur di poco. Queste marcate novità però non cancellano atavici problemi: un’anacronistica chiusura politica (che però diluì parecchio nell’ultimo duca) l’analfabetismo imperante, per altro diffuso anche con l’Unità; e un economia ancora troppo basata sull’agricoltura.
E marcati interventi urbanistici, col duplice scopo di rimodellare i connotati della città e dar lavoro alle classi meno abbienti.
Treno e telegrafo
Tra le più moderne novità ci furono il treno e il telegrafo, che giunsero in città a pochi anni di distanza. Di linea ferroviaria si iniziò a parlare dal maggio del 1851, con la firma di cinque stati dell’Italia centro settentrionale (i due Ducati di Modena e Parma, il Lombardo Veneto, il Granducato di Firenze e la legazione pontificia di Bologna) per una ferrovia che alla folle velocità di 40 chilometri orari collegava Piacenza con Bologna, già prevedendo diramazioni per Mantova (via Reggio Emilia e Guastalla), Milano e la Toscana sino a Firenze, per Prato o Pistoia.
La linea con “fermata” reggiana, di I classe, venne inaugurata il 21 luglio 1859, ma l’intera tratta già funzionava se il Ministero del Buon Governo ducale dovette emanare un divieto di passeggiare lungo i binari, visto i numerosi curiosi che lo facevano al passaggio dei convogli.
Il telegrafo, o filo elettrico, mette in rete il Reggiano (estense) col resto d’Europa, dai primi anni Cinquanta del secolo.
Il servizio è sorvegliatissimo, anche perché gli impianti costano.
Tanto che la stazione di Guastalla viene “riciclata” a Massa sul litorale tirrenico dove è ritenuta più utile per collegarsi verso sud-est con Pisa granducale e verso ovest con Sarzana sabauda. Le legge prevede pene severe per chi ruba materiali, rovina le linee o ne ostacola il tracciato.
multe e ricorsi
Si pagano multe salate: da 100 a 1000 lire italiane (con detenzione da 5 mesi a 6 anni nei casi più gravi) per furti, danni, o impedimenti agli artisti che attendono al collocamento, e successiva manutenzione, della linea telegrafo-elettro-magnetica.
A Busana, nel maggio 1860, Giuseppe Domenichetti, Francesco Suffredini e Pellegrino Magnani sono costretti a pagare, in forma privilegiata, una multa di 12 lire italiane a testa per, si legge nel loro ricorso al sindaco, “sognata opposizione alla riattazione della linea” Fivizzano - Castelnovo ne’ Monti. I tre a quanto si evince dai documenti non vollero si attaccassero ai muri delle loro case i fili.
Episodi che dimostrano come la storia scivoli nello scorrere dei giorni. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
