«Le segnatrici? Resistono: tanti si rivolgono a loro»
San Martino in Rio, gli studi di Antonella Bartolucci sulle guaritrici ispirano la mostra allestita in rocca. L’antropologa: «Tradizioni antiche tramandate, non si sostituiscono ai medici»
SAN MARTINO IN RIO. Si fanno chiamare streghe buone. Guaritrici. «Quelle che segnano». Dentro ai loro gesti, nelle loro formule, nel mistero che si portano appresso – che si creda o meno che abbiano un potere – c’è l’essenza tramandata di un mondo contadino lontano nel tempo. Nei sotterranei della Rocca Estense di San Martino in Rio, accanto ai cimeli del Museo dell’agricoltura e del mondo rurale fino al 12 gennaio prossimo è ospitata la mostra di quadri a olio che è ispirata proprio a loro, alle “medichesse”. Un connubio originale che mette insieme le opere delle donne dell’associazione @rtistic@amente e la principale studiosa delle streghe buone emiliane, l’antropologa di San Martino in Rio Antonella Bartolucci. Per comprendere il percorso pittorico in esposizione, bisogna conoscere le streghe buone a cui la Bartolucci ha dedicato un libro – l’ultimo aggiornamento è del 2016, si intitola “Le streghe buone” edito da Aliberti – e ormai oltre vent’anni di studi.
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«Una ricerca antropologica prende senso nella sua continuità, nel captare i mutamenti di questo tipo di cultura e tradizione. E anno dopo anno vedo che c’è una ripresa grandissima. Sembrava stessero per svanire queste pratiche tradizionali, invece ci sono ancora molte persone che riescono ad avere il dono, chi in un modo chi nell’altro».
Chi sono le streghe buone?
«Nel Medioevo, la donna guaritrice era una fata, una donna buona che si prendeva cura del suo borgo, di chi non poteva contare sui medici».
Nel 2019, oggi, chi sono le streghe buone?
«Sono persone che hanno avuto un dono, che è stato loro tramandato. Il tratto comune è che non si pubblicizzano. È tutto basato sul passaparola. Nella mia esperienza, nell’85% sono donne. Del resto, la donna è storicamente sempre stata più presente nei momenti di crisi della vita o, come si dice, in quelli di passaggio: la nascita, la malattia, la morte. Una volta erano più stanziali, nel senso che lavoravano a casa. Oggi, le donne guaritrici magari lavorano e lo possono fare solo alla sera, sono loro, spesso, che vanno a casa di chi le chiama. Grazie a questo libro, sono venuta a contatto con molte di loro, che mi cercano».
Lei è diventata una sorta di connettore tra queste figure?
«Sono un trait d’unione. L’altro giorno ho conosciuto una ragazza dolcissima, che mi ha contattato attraverso i social e mi ha raccontato di aver avuto il dono da un caro amico di famiglia che è venuto a mancare. In tre anni non l’ha mai applicata e lo vorrebbe fare, ma ha bisogno di mettersi in contatto con altre guaritrici e l’aiuterò a farlo. Per me è il recupero di una cultura che ancora esiste. Potevamo pensare che fosse scomparsa, invece non è così. Quello che mi sento sempre di dire: guardatevi da chi ha delle tariffe fisse. Loro possono ricevere qualcosa in cambio; chi viene segnato ha il bisogno di contraccambiare. Può essere un euro, un fiore. Le tariffe sono contrarie alle tradizioni antiche».
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Secondo la sua esperienza, quante sono le guaritrici nel Reggiano?
«C’è Iris per il colpo della strega, che usa la tecnica della coppettazione, un’antica tradizione cinese. C’è Agostina, che oggi ha 85 anni che fa il fuoco di Sant’Antonio, gli occhi, le storte. C’è Monica che è una neo-guaritrice, Manola, Maria Rita. C’è anche un ragazzo...».
In cosa consiste, per loro, il passaggio del dono?
«Ci sono tecniche diversissime. Ci deve essere un’intenzione davvero positiva. Agostina ad esempio accetta gli scambi: sta imparando da Monica a segnare. Altri devono scegliere la persona. Una volta si lasciava alla figlia o alla nipote più giovane, per tramandarlo ancor più nel tempo. Attualmente, so addirittura che girano mail attraverso le quali si dice che si passa il dono, una cosa ridicola... ».
A novembre avete organizzato anche un convegno. Quale è la reazione della gente di fronte a tutto questo? Ci credono? Le accusano?
«Sono incontri che non finiscono mai. Sicuramente c’è tanto interesse. Ma una volta un signore le ha contestate, paragonate a Vanna Marchi e loro si sono arrabbiate moltissimo. Credo tuttavia che oggi se ne possa parlare più serenamente. In tanti ci raccontano che è loro capitato, in passato, di farsi “segnare”, è qualcosa che fa parte della vita di molti. Badate bene: loro non dicono mai di essere al posto dei medici. Dicono: abbiamo avuto questo dono. Se intanto prendi antifiammatori, antivirali o altro a loro non interessa. È una cosa in più, che non ha contro-indicazioni».
Che cosa direbbe che è?
«È un’energia positiva. C’è chi usa l’acqua santa, chi l’olio caldo, qualcuno usa formule in dialetto, fanno sempre riferimento ai santi. È qualcuno che ti guarda, ti tocca, che si prende cura di te».
LA MOSTRA
«Le nostre opere affrontano l’argomento della magia, delle guaritrici anziane che attraverso segni o preghiere o simboli guariscono in qualche modo le malattie affrontando anche il disagio della persona, quello che ormai il medico non fa perché spesso ti cura al telefono». Così Claudia Bianchi, dell’associazione @rtistic@mente spiega l’esposizione in corso nelle sale del Museo contadino in Rocca. «Non abbiamo chiarito scientificamente il perché di queste cure, non è il nostro compito, ma è un argomento misterioso e affascinante e ogni artista lo ha trattato dal proprio punto di vista» chiarisce. Il simbolo dell’associazione è una civetta: animale della dea Atena, simbolo di lungimiranza e intelligenza. Orari della mostra: sabato 9-12.30, 15-18.30 e festivi 10-12.30 e 15-18.30. Aperta fino al 12 gennaio.
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