Tra pressione e repressione c’è differenza, gli imprenditori e la sindrome del fungo
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani. Per Confindustria le nuove misure contenute nel Decreto Fiscale sarebbero una condanna a morte per le imprese. Ma nel nostro Paese disossato e del “meno tasse per tutti” appena si parla di lotta all’evasione comincia l’”apriti cielo”
REGGIO EMILIA. Re-pressione. In questo paese disossato sono in molti a scambiare la pressione (fiscale, troppa) con la repressione (degli evasori, danneggiati, poverini). Il motivo dell’equivoco? Perché vorticano le furberie e i vittimismi, la cantilena della perpetua campagna elettorale che mescola e rimescola il ritornello “meno tasse per tutti” con la strofa “non pagare le tasse è meglio”.
Così va a finire – e ormai ci siamo – che il Paese è in bolletta, la coscienza civile è a brandelli, e a pagare sono i soliti. E poi, volete mettere il significato fonosimbolico delle parole? Le quali, essendo suoni, lavorano sulla psiche, sull’esperienza o sul subconscio.
Pressione rimanda a qualcosa di stressante, ai rischi dell’ipertensione. Repressione, invece, in noi, di antica pasta cattolica e risorgimentalista, rievoca le persecuzioni degl’innocenti cristiani dei primi secoli e il tacco dal rapace governante tiranno. Siamo fatti così.
Ma, attenzione: non si tratta di un ritratto pittoresco del popolo delle mille risorse, ma di un selfie di penombra. Ecco perché sono sobbalzato quando ho letto e riletto il discorso di fine anno del presidente di Unindustria di Reggio Emilia, il 16 dicembre. Fabio Storchi, nobile e saggio imprenditore, in sintesi ha detto che le misure contenute nel nuovo Decreto Fiscale collegato alla Legge di Bilancio sarebbero una sorta di condanna a morte per le imprese.
Storchi ha propalato nel nostro territorio quello che il presidente di Confindustria Boccia va facendo a livello nazionale: criticare, osteggiare e bocciare la confisca allargata. Con parole sue: “L’introduzione dell’ipotesi di confisca allargata, strumento pensato per combattere la criminalità organizzata, applicabile anche nel caso di un ordinario controllo fiscale, porterebbe, senza alcuna sentenza neppure di primo grado, al blocco dei conti correnti aziendali e dunque al blocco sine die della ordinaria attività d’impresa”.
La legittima posizione degli imprenditori è oggi riportata da un’intera pagina pubblicitaria sulla Gazzetta di Reggio, “firmata” da Confindustria Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto.
Il capo di Unindustria Reggio Emilia davanti a una platea di imprenditori, la rappresentante del governo, amministratori, responsabili delle forze dell’ordine anche tributarie, ha espresso un giudizio politico: “Emerge un approccio che alimenta le divisioni tra componenti della società civile, come se tra cittadini e imprese vi fosse una separazione ideologica nei comportamenti e nei valori.
Questo clima di criminalizzazione delle imprese non è utile al contrasto dell’evasione e rischia solo di avere effetti negativi sulle attività economiche e sul lavoro”.
Repliche? Quasi il sottovuoto spinto. Le risposte al discorso di Storchi si sono fatte attendere. Molti dei potenziali risponditori erano infatti seduti nella platea del “Malaguzzi”, ospiti di Unindustria. Alcuni sono stati sollecitati dalla Gazzetta (ma che fatica). Il segretario della Cgil Bosco è stato il più franco: “Si può discutere su come calibrare le sanzioni, ma prima di tutto si dovrebbero invitare gli imprenditori a pagare le tasse”. Il sindaco Vecchi ha invitato a non accendere un dibattito divisivo e a “sgomberare il campo dalle dietrologie”… Nella pagina accanto intervengono i tecnici di Confindustria.
Immagino la prima reazione sulla consuetudine delle parti. È automatico che la Cgil critichi il “padronato”. Ma non è prevedibile e non è accettabile che prima di una qualsiasi dissertazione sull’evasione fiscale non venga chiarito con vigore che evadere è un crimine, è un reato, non è accettabile. Anche degli attivisti locali della legalità che organizzano convegni, tavole rotonde, conferenze stampa e manifestazioni… neanche l’ombra.
Mi prendo la briga di confutare le affermazioni del presidente Storchi quando sostiene che la confisca allargata “è applicabile anche nel caso di un ordinario controllo fiscale, porterebbe, senza alcuna sentenza neppure di primo grado, al blocco dei conti correnti aziendali e dunque al blocco sine die della ordinaria attività d’impresa”.
L’estensione ai reati tributari della “confisca per sproporzione” presuppone che vi sia un condannato per delitti fiscali. Condannato, non controllato. Sono più preciso. Ho scovato la trascrizione dell’audizione del capo ufficio tutela Entrate del comando generale della Guardia di Finanza davanti alla Commissione Finanze della Camera dei deputati, il 7 novembre 2019: “È uno strumento ablatorio di grandissima efficacia, che mira a sottrarre al condannato per taluni reati (tra cui, ora, anche i delitti fiscali) i beni posseduti anche per interposta persona di cui non si riesca a dimostrare la legittima provenienza”.
E ancora: “A differenza della confisca ‘tradizionale’, la confisca per sproporzione attribuisce rilievo esclusivo alla relazione tra la cosa e il condannato, potendo operare anche su beni che non hanno alcun vincolo di strumentalità o derivazione con il reato qualora la loro provenienza risulti ingiustificata e il loro valore sproporzionato rispetto al reddito e all’attività economica del reo”. Condannato, non controllato.
Ancor più chiaro il resoconto stenografico della Commissione Finanze di Montecitorio del comandante generale della Guardia di Finanza del 2012, dove si legge: “Grazie a questo istituto – già operante per una serie di reati, tra cui il contrabbando, il peculato, la corruzione e la concussione – è disposta la confisca, nei casi di condanna o di patteggiamento per i delitti specificatamente individuati dal legislatore, delle disponibilità finanziarie e patrimoniali di cui il condannato non possa giustificare la provenienza e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulti essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo, in valore sproporzionato al reddito dichiarato ai fini delle imposte sul reddito o alla propria attività economica”.
Casi di condanna o di patteggiamento. Infine, nel disegno di legge presentato il 26 ottobre scorso è rilevato che: “Andrebbe altresì valutata l’opportunità di circoscrivere l’ambito di applicazione della confisca allargata introdotta dal citato articolo 12-ter del decreto legislativo n. 74 del 2000 esclusivamente a quei delitti ivi previsti caratterizzati da una condotta fraudolenta”.
La confisca sopravviene con una condanna. Prima semmai vi è il sequestro, una volta che gli eventuali reati siano stati individuati. E chi decide è sempre il giudice. Quindi non è che domani all’alba arriverà in fabbrica il finanziere e, evidenziata una infrazione, passerà alla confisca.
Questa è una modalità favolistico-difensiva di raccontare la realtà. Siccome tutti (giornalisti e imprenditori compresi) abbiamo una responsabilità informativa ed educativa è obbligatorio narrare il vero. Partendo dal principio maggiore da scandire sempre e comunque: chi evade o elude il fisco compie un crimine. E concludendo con il principio corrente: rischia la confisca chi è condannato.
Bisogna serbare attenzione alla sindrome del fungo. Riguarda tutti: imprenditori, lavoratori autonomi, commercianti, artigiani, professionisti che hanno due ostinazioni: lamentarsi perché oberati dalle tasse; lamentarsi perché soltanto per colpa di qualche “cattivo” viene messa in dubbio la “bontà” delle categorie. La coesistenza non può esistere. I funghi tossici o li individui e li getti, oppure ammazzano tutti.
s.scansani@gazzettadireggio.it
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