Lettera degli ex operai Sare «Mattarella, ora ci aiuti lei»
Licenziati dal salumificio dopo la cassa integrazione, scrivono al presidente «Siamo troppo vecchi per lavorare e troppo giovani per andare in pensione»
Bibbiano. Continua il calvario degli ex operai Sare di Barco, il salumificio che dopo due anni di cassa integrazione ha licenziato in tronco i ventisei operai. Per evitare il peggio, gli ex dipendenti le hanno provate tutte: dal presidio permanente davanti all’azienda alla mediazione con il proprietario. Ma finora non ci sono stati risultati.
La buona notizia è qualcuno ha già trovato un impiego temporaneo, mentre altri andranno a breve in pensione. Restano, però, senza alcuna ricollocazione tredici operai per i quali la situazione è difficile. Proprio loro, nei giorni scorsi, hanno scritto una lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, chiedendo aiuto.
«Caro Presidente – inizia la lettera – chi scrive rappresenta gli operai dell’ex salumificio Sare di Barco. Sono uno di quelli che dopo 37 anni di lavoro presso la stessa azienda si ritrova, a 58 anni, disoccupato e con acciacchi certificati, dovuti alle mansioni svolte. L’azienda dove lavoravamo, dopo un lungo percorso di tentata ripresa, a conclusione degli ammortizzatori sociali ha deciso di cessare l’attività produttiva, quindi tutti a casa. Siamo in 26 dipendenti (una pagliuzza se ci confrontiamo ai numeri che sentiamo quotidianamente nei telegiornali) ma, caro Presidente, le posso garantire che la drammaticità, l’enorme disaggio, le frustrazioni che queste situazioni creano, paragonate singolarmente, sono identiche: stesso sapore, stesso rammarico, stessa delusione; non vi è nessuna differenza per ogni individuo». È stata lunga l’agonia delle Sare, che è durata 140 giorni di trattative e di presidio e che ha suscitato l’attenzione del mondo della politica provinciale e regionale. In tanti, infatti, hanno manifestato solidarietà recandosi a trovare gli operai impegnati nella protesta. Il 7 di agosto scorso l'azienda ha inviato le lettere di licenziamento, e da allora gli operai ricevono l’indennità mensile di disoccupazione (Naspi).
«Fra noi Presidente – continua la lettera – ci sono persone che hanno figli da mantenere, un mutuo da pagare, o c'è chi, come me, è monoreddito, appeso ad un filo sottilissimo. Tutti noi abbiamo fatto diversi percorsi formativi presso il centro per l'impiego per meglio affrontare il mercato, ma per il mondo del lavoro siamo troppo vecchi, costosi e non competitivi. Invece per lo Stato siamo troppo giovani per andare in pensione. Il rischio è che se non troviamo lavoro, possiamo andare in pensione solo con l'età anagrafica (67 anni). Quindi, dopo la Naspi che dura due anni, dovremo sopravvivere senza reddito per circa un decennio? È assurdo. Caro Presidente, a lei presentiamo questo rompicapo che ci assilla quotidianamente e da lei vorremmo un’autorevole soluzione». —
Daniela Aliu
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