Affidi, il legale di Francesco Monopoli «In pericolo l’incolumità degli indagati»
L’avvocato: «Effetto della gogna mediatica». Revocati i domiciliari perché venuti meno i rischi di inquinamento delle prove
«Un provvedimento dell’autorità giudiziaria certifica la “distruzione dell’immagine pubblica” e rileva che vi sia “pericolo per l’incolumità personale” degli indagati». È il commento che fa pervenire dall’estero l’avvocato Nicola Canestrini del foro di Rovereto, difensore di Francesco Monopoli, all’indomani della revoca dei domiciliari per lo stesso Monopoli e per Federica Anghinolfi. L’assistente sociale e la dirigente del Servizio sociale dell’Unione Val d’Enza – quest’ultima ritenuta dall’accusa al centro del sistema sui presunti affidi illeciti in Val d’Enza – erano gli ultimi due indagati (su sei) rimasti ai domiciliari dal 27 giugno scorso. Da sabato, quando è arrivata la comunicazione dell’attenuazione della misura su iniziativa del pm (il termine sarebbe comunque scaduto a giorni, il 26 dicembre), Monopoli e Anghinolfi sono pienamente liberi, con l’unico limite del divieto di esercitare la professione per un anno.
La corte europea
In un post sul Facebook dello studio, il legale Canestrini ha messo l’accento sugli effetti di questi sei mesi ai domiciliari mentre deflagrava il caso Bibbiano: «E parliamo di presunti innocenti: ecco quel che ottiene (la gogna mediatica,ndr). Qualcuno ne sarà fiero, noi ce ne vergogniamo». L’avvocato ha aggiunto: «Ho fatto un ricorso alla Corte Europea dei Diriti dell’Uomo perché credo fermamente che il giusto processo debba rispettare (anche) la presunzione di innocenza. Cosa che mi pare di poter affermare sia stata omessa, salvo rare eccezioni. Non è certo alimentando la giustizia mediatica che il mio cliente avrà qualche vantaggio».
IL FRAMMENTO
Occorre sottolineare che nel post l’avvocato ha riportato un frammento dell’ordinanza emessa dal Gip Luca Ramponi su iniziativa del pm Salvi, che recita così: «Che invero concordemente dunque con il pm deve ritenersi che allo stato, proprio in ragione della distruzione dell’immagine pubblica degli indagati tanto che essi devono temere per la loro incolumità (come segnala lo stesso pm richiedente), un pericolo di tal fatta, esistente nei mesi scorsi, è andato via via scemando al pari con l’allontanamento dalla vita pubblica e la cesura che la durata della misura detentiva ha determinato». Si tratta di un estratto delle carte, nelle quali il giudice ha confermato che gli indagati hanno temuto per la propria vita, ma in cui verrebbero ribaditi anche quelli che sono definiti gravi indizi di colpevolezza, con l’ipotesi dell’esistenza di un sistema basato su abusi sessuali considerati inesistenti sui minori. Le difese hanno vinto la prima battaglia, ma la guerra è lunga e il quadro accusatorio quindi non sarebbe cambiato.
I MOTIVI
Sono tre i motivi che secondo la giurisprudenza possono legittimare l’applicazione delle misure cautelari personali: il pericolo di fuga, il pericolo di inquinamento probatorio, il pericolo reiterazione del reato. La casistica pertinente è la seconda: la motivazione del Gip è che non sussiste più il pericolo di inquinamento delle prove. Nonostante il fatto che secondo l’accusa ai domiciliari sarebbero state violate le prescrizioni relative alla comunicazione con terze persone, l’allontanamento dalla vita pubblica ha «fatto scemare completamente il rischio che gli stessi compromettano la genuinità delle fonti di prova e delle testimonianze acquisite». Non avendo più gli indagati un ruolo all’interno del Servizio, è venuto a cadere il presupposto della misura personale. L’unica esigenza cautelare è quella del rischio di reiterazione, per la quale è stata ritenuta sufficiente una misura interdittiva di dodici mesi. —
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