Reggio Emilia: la Provincia festeggia 160 anni di servizio alla comunità reggiana
Dal regime estense, passando per il periodo post-bellico, fino ai giorni nostri. Una storia di alti e bassi, ma sempre con lo sguardo volto al progresso
REGGIO EMILIA. Il 27 dicembre 1859, giorno in cui il dittatore Luigi Carlo Farini firma il decreto che divide il “Regio Territorio dell’Emilia in Provincie, Circondari, Mandamenti e Comuni”, è una data fondamentale non solo per la Provincia di Reggio Emilia, intesa come istituzione, ma per tutta la comunità che si estende, tra il Secchia e l’Enza, dal Po all’Appennino.
Dopo la seconda guerra d’indipendenza, la fuga di Francesco V d’Este da Modena e l’annessione al Regno di Sardegna, quel decreto rappresenta per Reggio, il riconoscimento di un autonomo spazio istituzionale all’interno del nuovo contesto nazionale che, nemmeno due anni dopo, porterà finalmente all’Unità d’Italia. Mentre le vicine Modena e Parma si apprestano a essere declassate da antiche capitali ad anonime province del Regno d’Italia, la gente di Reggio porta a compimento una lunga e forte battaglia rivendicativa.
Finisce l’antica condizione di subalternità nei confronti di Modena e da semplice periferia del ducato estense, Reggio diviene un’unica provincia autonoma, con un territorio di circa 2.300 kmq ed una popolazione di 230.246 abitanti. Insieme a un ente che, nel corso di 160 anni, in tanti proveranno ad abolire o riformare, nasce quella identità che durerà comunque in eterno, perché per sempre ognuno di noi si sentirà reggiano.
Tolta la parentesi del Ventennio fascista –tra gli alti di fine secolo scorso, con la stagione del decentramento amministrativo, e i bassi della riforma del 2014 che, in seguito al referendum costituzionale del 2016, le ha lasciate in mezzo al guado– il ruolo della Provincia è sempre stato fondamentale per lo sviluppo del territorio e la crescita della comunità reggiana.
Oggi l’ente si occupa principalmente di strade e scuole, praticamente le stesse principali competenze del 1859, unitamente all’assistenza, a partire dalla tutela degli “esposti”, ovvero trovatelli e nati da “unioni illegittime”. Il regime austro-estense aveva infatti, lasciato la provincia reggiana sprovvista di infrastrutture adeguate e parte del territorio – specialmente quello montano, con la sola strada statale del Cerreto– era quasi sconosciuto agli stessi amministratori provinciali.
Strade e ferrovie servivano per portare progresso e civiltà nelle località più sperdute ed arretrate, dunque in breve tempo vennero realizzate la Baiso-Roteglia (1874-1887), la Felina-Villa Minozzo (1876-1899) e la Sparavalle-Ramiseto (1878-1889). La rete stradale provinciale passò così dai 163 km (e 97. 664 lire di spesa) del 1876 ai 360 km (e 320. 000 lire) del 1910.
Sempre negli stessi anni, si realizzò il ponte di chiatte sul Po tra Boretto e Viadana, lungo ben 840 metri, mentre per l’inaugurazione del primo tronco ferroviario bisogna attendere il 1883, con la Reggio-Ventoso di Scandiano, al servizio dell’importante stabilimento per la calce. All’altrettanto, pesante lascito del dominio estense in ambito sociale (analfabetismo all’81% nel 1861), la Provincia risponde realizzando tra il 1867 e il 1884 ben 23 “scuole miste” della montagna, nelle quali “i fanciulli abbiano in sul mezzodì, e prima dell’ora di ricreazione, una sana minestra per rifocillarsi”.
Con la Legge Casati del 1859, si inizia a sostenere anche l’insegnamento superiore con sussidi ad alunni, collegi e convitti, istituendo scuole magistrali a Reggio e Castelnovo Monti e promuovendo un istituto tecnico con tre indirizzi (commerciale-amministrativo, agronomico e fisico-matematico) che esalti gli studi di personalità del calibro di Balletti, Campanini, Filippo Re e Zanelli.
Altrettanto fondamentale è il ruolo ricoperto dalla Provincia nella ricostruzione post-bellica in un territorio che conta danni di guerra per 30 miliardi e vede distrutte industrie e infrastrutture, tra cui il ponte di chiatte sul Po, bombardato dai tedeschi.
Poi negli anni del boom economico – nella programmazione e pianificazione urbanistica, per fissare linee ed orientamenti di uno sviluppo che rischia altrimenti di avvenire in modo incontrollato esclusivamente nel capoluogo e sull’asse della via Emilia – e con la straordinaria stagione della costruzione di quel welfare locale destinato a diventare un’eccellenza Nel campo della psichiatria, grazie alla Provincia, Reggio è stata sempre all’avanguardia.
I dispensari d’igiene mentale per la cura ambulatoriale e a domicilio dei malati di mente sono del 1955 e nel 1969 viene aperto il primo Centro di Igiene mentale di Reggio, alla cui direzione è chiamato Giovanni Jervis, stretto collaboratore di Basaglia a Gorizia. È prevenzione la parola chiave delle politiche sociali della Provincia, che negli anni Sessanta apre un centro provinciale per la diagnosi precoce dei tumori femminili e istituisce un servizio provinciale di medicina preventiva per i lavoratori che nel 1972 si trasforma in Dipartimento di Igiene ambientale, legando l’intervento nel campo della medicina del lavoro a quello per la salvaguardia dell’ambiente. Il risultato è che nel 1979, delle 138 ceramiche reggiane oltre il 90% ha installato o sta per installare impianti di depurazione. Una Provincia che non si stanca di giocare un ruolo da protagonista anche nei tempi più recenti con la rete bibliotecaria provinciale e tante battaglie combattute in prima linea, quali: la nascita del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano, il ritorno dell’Università, l’intervento con grandi infrastrutture per la Mediopadana, il casello “Terre di Canossa-Campegine” e le tante emergenze sventate dalla Protezione civile.
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