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Mamma li turchi, mamma li russi, mamma Di Maio

Stefano Scansani
Mamma li turchi, mamma li russi, mamma Di Maio

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani

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REGGIO EMILIA. Mentre in Italia ci si titilla sulle nocciole turche, i biscotti farciti con la Nutella, i tortellini emiliani e gli sbarchi dimezzati, va ricomponendosi l’Osmanlı İmparatorluğu. Un tempo una raffica di simili parole metteva ansia. Le traduco: Impero Ottomano.

Ricorre infatti nel 2020 il centenario del trattato di Sèvres che decretò la spartizione dei domini non turchi della Sublime Porta all’indomani della prima guerra mondiale. Il sultano il 10 agosto 1920 perse quindi la Libia che l’Italia, così, tornò a colonizzare, anche se allora era ritenuta solo uno “scatolone di sabbia” e non un immenso serbatoio di gas e petrolio.

Per un presidentissimo imperialista nostalgico come Erdogan l’egemonia sulla Tripolitania è un riscatto nazionale, la restaurazione in forma contemporanea dell’obiettivo esibito in araldica dall’aquila bicipite. Un volatile egemone, che guarda a oriente e a occidente contemporaneamente.

Lo stemma deriva dall’Impero Romano d’Oriente. Lo stesso simbolo rappresentò la Russia zarista e oggi quella del restauratore Putin che avendo un’unica base navale militare a Latakia, nella martoriata Siria (spartita con la Turchia), partecipa da “avversario” alla conquista della Cirenaica.

Cirenaica, con centro nevralgico Tobruk, regione est della Libia controllata dal generale Haftar. Mentre il generale al-Sarraj ha invitato caldamente i turchi a difendere Tripoli e la regione ovest.

Lui, il premier al-Sarraj, scelto dall’Onu e dalla Ue, dice che il governo italiano non gli ha messo a disposizione truppe e armamenti. Finale di partita: turchi e russi su quella che fu la “quarta sponda” dell’Italia fascista, ma anche di quell’Italia dei decenni successivi vocati alle ottime relazioni nel Mediterraneo, alle politiche internazionali dell’equilibrio e della mediazione, della garanzia degli interessi italiani, energetici e umanitari. Fino all’inefficacia della Ue, all’equivoco che fa scambiare il capovolgimento dei rapporti e delle influenze in Africa con l’allarmismo dei barconi al servizio della propaganda interna.

Ora si profilano nuovi e imprevedibili domini nel bacino mediterraneo che evocano la spartizione tra la Pars Orientalis e Pars Occidentalis della Libia disegnata da Diocleziano nel lontanissimo anno 305, naturalmente dopo Cristo.

Con quella separazione la penisola italiana divenne una semplice porzione dei domini, come oggi costituisce nell’Unione Europea il braccio teso verso i disperati che attraversano il Canale di Sicilia.
E c’è chi scambia ottusamente l’immigrazione di popoli in fuga provocata da un loro vezzo volto a sfruttare noialtri, mentre là è in corso la nuova colonizzazione dell’Africa.

Nel 305 o giù di lì venivano delineati i nuovi confini, altri rapporti ed equilibri. Ma allora i russi e gli ottomani non c’erano, neanche ministri italiani degli Esteri della levatura di Luigi Di Maio.

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