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«Serve realismo, basta con l’idea che siamo i primi della classe»

E.L.T.
«Serve realismo, basta con l’idea che siamo i primi della classe»

Sergio Alessandrini, economista e accademico, docente dell’Unimore ha valutato l’andamento dei titoli delle aziende reggiane in Borsa 

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l’analisi

«Dobbiamo essere più sinceri a Reggio: tolte Iren e Interpump la situazione delle quotate reggiane non è brillante. Non lo è nemmeno al di fuori dei listini di Borsa. Bisogna smetterla con l’idea che siamo sempre i primi della classe». Sergio Alessandrini parla dando un profondo sguardo ai dati 2019 delle aziende reggiane quotate a Piazza Affari che ha analizzato, per inflessione accademica, in questi inizio anno. «Con un indice di Milano così forte, chi perde è in difficoltà. Nel 2019 gli indici hanno compiuto un miracolo mai visto. Oltre ai mercati, chi ha forti sofferenze è perché ha una redditività non apprezzata dal mercato, con problematiche legate spesso all’assetto finanziario, generate da sbarchi in Borsa forse precoci».

I chiaroscuri sono molti per il professore reggiano che ha insegnato Economia all’Unimore. «Emak la capisco perché è esposta sulla Germania. Landi va male quest’anno ma dopo la ristrutturazione ha recuperato due volte e mezzo il capitale rispetto al 2017. Nel 2018 aveva performato bene: si comprava a 40 centesimi e adesso è sotto l’euro».

Spesso, però, servono cambi di passo, avverte: «Abbiamo aziende poco strutturate a livello manageriale e che si poggiano sui fondatori, restando imprese familiari in contesti finanziari che valutano male questi assetti. Iren, al di là della struttura pubblica, è un’azienda con un titolo forte che ha premiato gli azionisti. Interpump ha consolidato, passando da 15 euro a 30 in tre anni. Ha ripagato bene. Rimane Servizi Italia che è legata al settore di nicchia della salute e al pubblico e con bassa redditività. Poi Credem, grande banca sicura. Però a quanto sembra i soldi non si fanno comprando le loro azioni». Il quadro prevede un probabile rallentamento dovuto alle guerre commerciali, con pochi spazi per nuove imprese. «L’innovazione a Reggio c’è ma è una nicchia dove sperimentano le start up. Il problema è che ne sopravvive 1 su 4 e chi resta esprime valori veramente bassi, che fanno il bene forse di una famiglia. L’autoimprenditorialità è un ricordo storico. Le Reggiane hanno visto dei veri spin off, ma quella era un’altra generazione di grandi tecnici diventati imprenditori». —

E.L.T.

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