«Micro imprese distanti dalla Borsa Creiamo una holding per le Pmi reggiane»
Carlo Baldi: «Siamo la patria delle multinazionali tascabili Per trovare capitali serve uno strumento a capitale diffuso»
Promuove lo sbarco - meno l’andamento, salvo Iren e Interpump - delle aziende reggiane nel 2019 in Borsa. E pensa a una scialuppa finanziaria meno costosa e ad azionariato diffuso «per portare anche le piccole imprese reggiane ad affrontare i tanti passaggi generazionali in atto, acquisendo risorse per la loro crescita». Del resto Carlo Baldi fa questo di lavoro, assiste le imprese. L’ex dirigente cooperativo 50 anni fa si è emancipato diventando il commercialista per antonomasia a Reggio, e che con il suo plotone di associati tocca con mano le gioie e i non pochi dolori delle aziende di casa nostra: «Sono spesso troppo piccole ed esposte, costrette a chiudere o cedere l’attività quando si tratta di passare il testimone. Servono soluzioni alla portata di tutti al di là della Borsa, che è spesso alla portata solo dei grandi».
Mentre l’economista Sergio Alessandrini (intervistato ieri sulla Gazzetta) ha inquadrato più ombre che luci sulle imprese reggiane quotate (piccole e deboli, con quotazioni precoci), Baldi promuove la loro intraprendenza sui mercati finanziari puntando ancora sul coinvolgimento delle Pmi. L’anno scorso ben due società sono finite nel mercato Aim di Borsa (dove lo studio Baldi punta da tempo), quello dedicato alle Pmi: Comer Industries, Cyberoo. Newlat è finita nel mercato Star (medie imprese) dove è stata “promossa” anche Cellularline. Tutte rimaste al palo negli indici proprio nell’anno del boom della Borsa italiana.
«Reggio Emilia, è indubbio, sta facendo un salto di qualità - dice Baldi - È in atto un chiaro passaggio generazionale proprio attraverso la Borsa. Basta vedere le imprese reggiane quotatesi nel 2019 che sta portando a una trasformazione industriale a livello locale. Alcune di queste realtà si aprono per diventare quasi delle public company. Iren lo è già e non si fermerà nella crescita i prossimi anni. È in una situazione di quasi monopolio a livello locale, con entrate assicurate da consumatori che pagano le bollette. Ecco perché è stata premiata in Borsa».
Bottino magro invece per le imprese private. «Io vedo positivamente la presenza delle imprese reggiane anche se il mercato finanziario in Borsa sembra non farlo pensare. Ma sicuramente serve un salto di qualità per la collocazione a Piazza Affari, perché comporta un’organizzazione diversa da quella famigliare. C’è un obbligo di pubblicità dell’azienda stessa che comporta una trasformazione, con l’aggiunta di quadri e che porta la qualità ad essere condizionata dal lavoro dei manager più che dell’azionariato. L’assemblea dei soci controlla ma la gestione deve essere affidata ad altre figure specializzate».
Passaggio però con ritorni consistenti appannaggio, a quanto sembra, delle aziende più grandi, «quelle già cresciute per competizione e internazionalizzazione. Reggio resta una realtà modello grazie alle sue piccole multinazionali, che contano partecipazioni e filiali all’estero. Il loro dramma è che sono arrivate a una svolta necessaria. È così per l’Emilia in generale come per il Veneto. Da una parte cresce il mercato finanziario che porta a distinguere l’azienda dalla proprietà. Da un altro registriamo anche molte cessioni di aziende, raramente vendute a industriali del territorio. A fare acquisizioni ci sono molti investitori esteri. E ci sono diversi fondi finanziari che hanno come obiettivo non il potenziamento dell’azienda ma la rivendita».
Le imprese del territorio, nonostante il buon know-how, non riescono spesso ad affrontare con successo i mercati finanziari. «Per questo bisognerebbe creare - dice Baldi - delle holding di partecipazioni, sul modello di quelle svedesi, che prevedono micro partecipazioni azionarie con sbarramenti. La loro forza è proprio l’azionariato diffuso, l’assenza quindi di un padrone, e la presenza in portafoglio di tantissime aziende. Una di queste ha mille imprese in portafoglio e si è già mostrata interessata ad aziende reggiane. Ma non si tratta di acquisizioni speculative, ma per potenziare e far crescere le aziende. Non sono fondi chiusi e c’è sia capitale pubblico che privato. Quindi non devono disinvestire nel giro di pochi anni per monetizzare l’investimento, non prendono imprese da ristrutturare e lasciano autonomia agli imprenditori. È una strategia intelligente e che anche noi dovremmo mettere in campo a Reggio. Sono convinto che in tanti vogliano investire anche una piccola cifra sulle nostre aziende. La Borsa ha infatti costi alti se si vuole gestire bene la quotazione. Una holding di partecipazione darebbe spazio anche alle piccole imprese con 5 o 6 milioni di fatturato offrendo continuità». —
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