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il museo  

Ricordi di famiglia e della scuola nel museo della civiltà contadina

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«Ho creato questo museo per i miei nipoti. Penso che conoscere le proprie radici serva a vivere meglio il presente e il futuro. Firmato nonno Beppe». Così Francesco Giuseppe Manghi accoglieva i visitatori nel museo da lui creato nella residenza privata di via Zanichelli a Montecchio. Cinquecento metri quadrati con cimeli dell’arte e dell’attività contadina, della scuola e ricordi delle famiglie Villa e Manghi, dalle quali il contitolare della Fratelli Dieci e – all’epoca – della Zecchetti discendeva. Era l’aprile del 2009 quando l’imprenditore scomparso giovedì presentava a un pubblico di amici scelti quella location, estremamente curata nei dettagli ancorché semplice nell’architettura, creata ad hoc in una taverna sotterranea prima destinata a grandi ricevimenti, assieme all’amico Fausto Friggeri. Era Manghi a fare da Cicerone nei locali dove la storia della sua vita veniva raccontata dalla voce di chi l’aveva realizzata: un modo di guidare il pubblico senza però parlare direttamente, affidando il proprio pensiero alla voce registrata. La scuola è stata la prima esperienze professionali di Manghi, interrotta, come amava raccontare agli amici del bar Reggiani del quale era frequentatore assiduo, non appena raggiunto il minimo della pensione: «Dopo le zie Emanuela e Giannina, anche io ho insegnato – spiegava Manghi – ma ho lasciato appena raggiunto il minimo di 19 anni, 6 mesi e 1 giorno per la baby pensione». Tra gli oggetti cui teneva di più, quelli creati dal padre Ennio, provetto meccanico, e il calesse del nonno. Senza dimenticare il testamento del padre, appeso al muro e trovato accartocciato in un foro della credenza.

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