Non sono scarabocchi appesi in città Ma il grido di pace dei bimbi nella guerra
Le cento bandiere dei diritti esposte a Reggio Emilia non sono il frutto di una commissione ma biografie, vite e sogni Piccoli capolavori, dal Sole iracheno che dorme all’angelo yezida che piange, alla veduta del mare o al di là di una rete
l’esperimento
alberto melloni
“Scaraboç...”. Molti hanno letto così (chi in dialetto, chi con l’italiano scarabocchi, chi con l’arabo “kharbsha”) le bandiere che colorano da un mese la città, dando corpo ad una proposta arrivata al sindaco a inizio 2019, per onorare il 30° della convenzione Onu sui diritti dell’infanzia. Altri, vedendoli hanno storto il loro nasino pedagogico. S’è scossa la testolina benaltrista, chi non sa far altro e c’è stato qualche sublime politologo da bar che era certo che questi disegni fossero un esorcismo su Bibbiano. Nessuno si è chiesto di quante nazionalità erano i bambini reggiani che hanno dipinto le bandiere istituzionali di piazza del Duomo (nove) e quanto erano (nessuno) i bambini zero-sei delle scuole più belle del mondo che hanno contribuito alla mostra.
Ecco: questo era esattamente ciò che volevamo che succedesse all’inizio. E cioè che ciascuno si misurasse da solo, un insieme di opere d’artisti di età sotto i 16 anni (l’età di Greta Thunberg, di cui abbiamo il disegno con cui apparve nel 2018) o poco più, e di tutti i continenti. E sperimentasse – è un passo della Teoria estetica di Adorno – che «non è solo l’ora e il qui dell’opera la sua aura, ma tutto quello che in ciò rimanda al di là della propria datità, il suo contenuto».
Perché le 100 bandiere dei diritti, realizzate grazie alla generosità di Iren, dal Premio Rocchi Reverberi e Bper, non sono la commessa data a scolaresche compiacenti. Sono opere che mescolandosi “rimandano” a due soli contesti fondamentali – la pace e la guerra – nei quali si danno o si perdono i diritti umani in quella fase iniziale vita che tutti vorremmo protetta dal male.
In città ci sono dunque le bandiere che ingrandiscono disegni nati dove si vive in pace o quasi. Opere in cui ragazzi e ragazze esprimono, descrivono, sognano cose che tocca a chi guarda riconoscere come diritti. Lo chiedono i bambini della scuola di Adwa, sorta accanto all’ospedale di suor Lura Girotto, che fanno un girotondo pignolo nel dichiarare che la pelle ha tanti colori. Lo chiede la biografia grafica del bambino sudafricano con l’Aids che nasce in clinica, torna a casa, va scuola, poi si ammala e va in ospedale e alla fine al cimitero, ma lascia dietro di sé una casa popolosa, dove la vita vince. Lo chiedono gli adolescenti della Mongolia che dipingono una ragazzina (siamo anni prima di Greta) che culla la terra, avvolta in fasce e bisognosa di cure. O i bambini della California che immaginano il climate change come un’onda che taglia i ponti fra le isole, o Noam, da Tel Aviv, per cui la casa è lo spazio sicuro in un senso specifico. O gli adolescenti di Nuova Zelanda che dopo il massacro di Christchurch vedono l’eguaglianza come la chiave del loro futuro e della pace. O la bambina di Shanghai che disegna gli stati d’animo della gioia e del dolore come complementari.
Ma nel labirinto della bandiere ci sono anche le opere dei bambini che hanno visto la guerra e sono fuggiti, approdando alla salvezza dopo prove e sevizie, ai campi profughi. Bambini scappati dalla guerra, dalla fame e dalla calamità – le tre cose che le litanie insegnavano a temere. È stato soprattutto il lavoro di Brian McCormack un artista irlandese che sarà con il presidente del Parlamento europeo Sassoli e la vice direttore generale Unesco Giannini ospite d’onore domani: lui e l’associazione YTT hanno raccolto decine di migliaia di immagini sullo ieri, l’oggi e il domani di chi ha visto annegare i fratelli, sgozzati i genitori, sepolti dalle bombe gli amici, segnate dal lutto le loro famiglie, scomparse le sorelle.
Da questo patrimonio sono stati scelti capolavori in cui la forza del segno artistico è aumentata dal pudore dell’enunciato.
Accade così che ci siano bambini che del loro presente sanno solo dire degli elementi quasi cubisti (un naso, un sopracciglio, un occhio) tenuti insieme dalle lacrime che non si fermano mai, come quelle lacrime dell’angelo Yezida che pianse “settemila anni di pianto ininterrotto dentro sette anfore e le cui lacrime estinsero le vampe dell'inferno” – in questo caso l’inferno del Daesh.
Poi c’è il bimbo del Senegal che prende il più classico simbolo della pace per la Bibbia e per l’infanzia – l’arcobaleno – e lo smonta a pezzi, perché sì, nelle terre delle guerre d’Africa, ha veduto proprio quello accadere. O i bambini iracheni figli di tradizioni che identificano il sole col bene e che davanti all’orrore della guerra, alla violenza subita nella fuga, alla segregazione che li attende sanno solo darsi come spiegazione che il sole si sia addormentato – con una profondità teologica che pochi hanno saputo articolare con tanta precisione e dolore. E i bimbi di Iran e di Cambogia i cui colori parlano. E poi bambini che disegnano il mare che hanno attraversato di notte, e che ora vedono al là di una rete; vedono bianca la propria libertà, ma al di là di una inferriata; sperano in un futuro, ma al di là di un muro. Ci sono i bambini di Beslan in Cecenia– testimoni di una terribile strage di innocenti – che sanno che la imperscrutabilità del male è davvero un gomitolo di segni blu senza soluzione. E quelli che disegnano la casetta con le stelle sopra: perché quando ti bombardano la casa capisci che tener fuori le stelle è un bene, o che se un fiore fiorisce sulle macerie è un segno.
Ciò che vorremmo succedesse, da qui in poi, è dunque questo: che chi guarda in queste opere, legga la pena e la speranza della famiglia di cui fa parte, che è la famiglia umana; senta l’esistenza dell’unica città a cui ha senso appartenere, la civitas humana; colga che la cultura a cui ha dato la bandiera tricolore, è la cultura di cui i diritti e la dignità dell’essere umano, senza distinzione costituiscono un caposaldo. —
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