Gazzetta di Reggio

Reggio

«La stagione della contestazione giovanile continuamente evocata in tutti i riferimenti»

Giuliana Lusuardi Lorenzo Capitani* ; * curatori del volume Il Liceo Ariosto Spallanzani tra storie e memorie

Le critiche al libro dedicato al Liceo Classico e Scientifico, scrivono i curatori 

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i curatori

Giuliana Lusuardi Lorenzo Capitani*

Il dibattito che si è aperto sulle pagine del vostro giornale non può che farci piacere, poiché segnala l’interesse suscitato dal nostro lavoro, al di là delle nostre stesse aspettative, confermato del resto da tante richieste che ci sono state rivolte, tra consensi e critiche, già dopo la ricordata “emozionante” giornata di presentazione del 29 novembre.

In quanto curatori, pur di un volume per sua natura corale, che ha goduto dell’apporto di molte voci e testimonianze, abbiamo ritenuto giusto e doveroso attenerci alla regola dell’ascolto, poiché naturalmente sono solo i lettori i veri giudici della qualità o meno di un progetto editoriale. E sulle loro critiche o valutazioni rifletteremo.

Tuttavia l’attenzione che ci ha voluto dedicare Gabriele Vezzani, anche se con una metodologia alquanto singolare e quanto meno ondivaga (una lettera dal registro squisitamente personale o l’apertura di un dibattito pubblico?), ci induce ad uscire dal nostro riserbo, se non altro per offrire qualche necessaria precisazione sulla natura del volume stesso, di cui ci permettiamo solo di suggerire una lettura meno frettolosa e parziale, se davvero si intende favorire un confronto aperto e produttivo.

1L’uscita di un volume sulla storia della scuola nella nostra città non è mai una operazione scontata, poiché entrano inevitabilmente in gioco molte variabili e molte giuste attese. Tanto più in questo caso, quando si tratta della ricostruzione dei due più antichi licei reggiani, due licei che si unificheranno nell’anno scolastico 1997-1998, nel quadro di tormentate e complesse scelte riguardanti la programmazione dell’offerta formativa nel territorio dell’intera provincia. Ecco perché abbiamo scelto la strada di una pubblicazione rivolta ad un largo pubblico, che suggerisse, senza nessuna pretesa di completezza, la trama di un lavoro storico di cui da più parti si avverte la necessità. Un primo passo dunque, con un doppio registro, quello della riflessione, attraverso brevi saggi inediti, sull’intero arco storico dei due licei (molto ampio per il Classico, che affonda le sue radici nella Reggio post-unitaria; più ristretto, ma sempre anche quantitativamente significativo, nel caso dello Scientifico, che ha preso avvio nell’anno scolastico 1941-42) e quello delle più dirette testimonianze, che coprono un arco temporale di un trentennio (tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Ottanta). Più che un volume storico, una sorta di almanacco, dove voci e immagini, storie e memorie si rincorrono, attraversano stagioni più lontane e vicine nel tempo, offrendo un articolato panorama di suggestioni, anche per il concorso di interventi e di contributi provenienti da prospettive e angolature diverse. In questo quadro sarebbe stato davvero improponibile e ingiustificato un approfondimento esclusivo di un singolo segmento storico, magari significativo, come quello degli anni Sessanta e Settanta, su cui peraltro non mancano preziose indicazioni, certo sfuggite alla lettura di Vezzani, di cui comunque non possiamo che condividere e raccogliere l’invito ad approfondimenti specifici, tranquillizzandolo sugli interrogativi che ha ritenuto di avanzare a proposito delle nostre presunte remore o rimozioni.

2 Forse non si è data la dovuta attenzione al sottotitolo al plurale, che abbiamo voluto indicare non tanto per un vezzo comunicativo, oggi forse un po’ abusato, quanto per una ragione di fondo a cui teniamo particolarmente. Storie, perché abbracciano diversi ambiti di ricerca, ricordati nella stessa prefazione di Giuseppe Gherpelli (quello storico-politico, quello più specificamente scolastico, relativo allo svolgersi delle politiche educative e dei sistemi scolastici, quello culturale-didattico a proposito dell’alternarsi dei modelli e dei contenuti pedagogici, quello del rapporto giovani-adulti che trova momenti di tensione in particolari snodi storici, quello relativo alla formazione dei ceti dirigenti in senso lato o dei processi di selezione sociale). Memorie, perché investono diverse generazioni, non tutte provenienti, specialmente nei tempi più recenti, dai ceti medio alti della società reggiana. Attraverso il succedersi dei decenni, come una lente privilegiata sui giovani, sui loro sogni e sulle loro aspettative, nell’incontro-scontro con il “mondo” degli adulti, dove la cultura liceale viene continuamente sollecitata a confermare la sua profondità e vitalità. Dall’insieme delle testimonianze, che certo rappresentano un campione parzialissimo, ma anche dai vari contributi storico-culturali, crediamo che questa complessità emerga con una certa evidenza, comprese le resistenze conservatrici e gli sforzi per superare tante cristallizzazioni. Del resto solo un tale approccio può mettere al riparo dal rischio che corre chiunque si avvicini al discorso storico e su cui ci richiamava il più acuto critico del pensiero occidentale: lo storicismo può rappresentare la più grave malattia dell’uomo contemporaneo se produce storia monumentale (il passato come astratto modello), o antiquaria (il passato come fondamento acritico e indiscutibile del presente, come mummificato) e non percorre la strada ardua della dimensione critica (le radici considerate come alimento del presente, ma non come fonti di immobilismo e di cristallizzazioni). Da questo punto di vista ci sentiamo di respingere decisamente l’osservazione sul presunto carattere “agiografico” del volume, a meno di non confondere un sentimento diffuso di riconoscenza per un percorso formativo, che ha lasciato un segno profondo, per “antiquaria” agiografia e non per alimento vitale. Ma su questi aspetti le parole di Claudia Carri sul liceo oggi non hanno bisogno di ulteriori commenti.

3 Sul passaggio centrale della lettera di Vezzani, dobbiamo infine soffermarci, quello riguardante la stagione della partecipazione studentesca e dei movimenti di contestazione alla fine degli anni Sessanta, su cui stupisce che ad un osservatore così attento sia sfuggita la presenza di molti contributi. In primo luogo, uno specifico intervento, forse per la prima volta, quello di Andrea Cilloni, ricostruisce la genesi e gli sviluppi degli Organismi Rappresentativi Studenteschi, esperienza del tutto originale, che ha avuto una certa importanza sia all’Ariosto che allo Spallanzani. Una sorta di “apprendistato politico” per giovani che ricopriranno importanti ruoli nel mondo sindacale e politico in anni successivi. In secondo luogo, un più corposo saggio si sofferma su uno snodo cruciale del ’68 nella scuola reggiana: i due anni di presidenza di Ermano Dossetti all’Ariosto (proprio il 68-69 e il 69-70), durante i quali si confronteranno un ambizioso progetto riformatore e i primi passi di un nuovo movimento giovanile di contestazione. Le nobili aspirazioni del primo e le generose fragilità del secondo dovranno fare i conti con le più solidi resistenze conservatrici, pur dando luogo ad una stagione che lascerà tracce profonde. Due anni emblematici, su cui non si era mai condotta una riflessione puntuale e su cui sarebbe bene ragionare ancora. Ma in tante testimonianze, forse anche troppe, sia pure attraverso il filtro di soggettive memorie, la stagione della contestazione è continuamente evocata, anche nei suoi riferimenti culturali, artistici e musicali. Non mancano neppure alcune storie “minori”, che forse bisogna avere la pazienza di scoprire. Una per tutte, la strana, bella e struggente parabola di Giuseppe Erriques, nella commossa ricostruzione di Stefano Morselli, che ben dipinge con sottile ironia lo spirito del tempo. In ogni caso, nelle osservazioni di Vezzani non possiamo non rilevare un aspetto confuso e contraddittorio. La contestazione studentesca nasce proprio in alternativa alla stagione degli Ors; nel bene e nel male, in quegli organismi si vedeva la stanca riproposizione di modelli partitici a livello giovanile, che dovevano essere superati da una più autentica partecipazione di tipo assembleare, tanto più nel contesto di una temperie politica e culturale di forte cambiamento, che richiedeva alle parti più diverse una sempre più autentica e vissuta consapevolezza. Su questi aspetti del resto proprio Ermanno Dossetti, come si può leggere in diverse testimonianze, si sforzerà di offrire un contributo originale nel dialogo con gli studenti.

Su un punto conveniamo invece con Gabriele Vezzani e lo ringraziamo per la giusta sollecitazione. Abbiamo potuto riscontrare dopo qualche settimana di “immersione” negli archivi, quale giacimento di storie essi contengano, anche nel solo raffronto tra i diplomati e i continui rimandi a momenti di storia della società, della politica e della cultura reggiana. Basti pensare alla presenza delle “dinastie reggiane”, ai docenti, ai professionisti, ai medici, agli operatori culturali, agli esponenti della politica. E abbiamo anche cominciato a tracciare dei percorsi. Ben presto tuttavia ci siamo fermati di fronte alla mole e alla complessità dei riferimenti, che imponevano un lavoro più sistematico. Che non disperiamo magari di riprendere, in un eventuale proseguimento del nostro progetto, che ci sembra forse sempre più utile e necessario, anche sull’onda delle tante osservazioni che stiamo raccogliendo. —







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