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Mercatone Uno, futuro incerto Il rilancio resta una chimera

Adr.Ar.

La proroga della cassa integrazione concede un po’ di respiro ai dipendenti ma all’orizzonte non si vede un investitore che possa rilevare il gruppo

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RUBIERA. Fra qualche buona notizia a breve termine e nuvole nere per il futuro, continua il perenne momento di incertezza sul futuro del Mercatone Uno e, a cascata, dello storico punto vendita di Rubiera con i suoi quaranta dipendenti.

Il gruppo di prodotti di arredamento è arrivato al secondo fallimento nel giro di un lustro, nel maggio scorso la società Shernon – che aveva rilevato una fetta importante del gruppo originale dal commissariamento – ha portato i libri in tribunale, dopo aver accumulato altre decine di milioni di euro di debiti nei mesi precedenti.

Pochi giorni fa il Governo ha approvato formalmente la proroga della cassa integrazione straordinaria per i 1.689 lavoratori di Mercatone Uno, sia quelli della sede centrale vicina ad Imola sia quelli impegnati nei negozi sparpagliati per l’intera penisola.

Fino al 23 maggio prossimo queste persona potranno godere del sostegno economico garantito dalla cassa straordinaria, anche se si tratta di un contributo limitato. Dopo il fallimento è stato ripristinato il commissariamento, e questa condizione ha permesso di accedere alla cassa.

La somma percepita dal singolo lavoratore è però calcolata percentualmente sullo stipendio indicato dall’ultimo contratto, e la Shernon aveva imposto dei forti tagli di orario alle maestranze. Nel concreto, si parla di alcune centinaia di euro al mese, con cui è difficile tirare avanti; per cercare di alleviare il peso, la Cgil reggiana ha anche organizzato una campagna di raccolta fondi per i dipendenti rubieresi.

Il provvedimento concede un minimo di respiro nella speranza che qualche investitore voglia rilevare i vari punti vendita.

A oggi, questa sarebbe l’unica strada che permetterebbe di mantenere i posti di lavoro. «Sappiamo che la situazione è molto difficile: aver esteso gli ammortizzatori sociali fino al 23 maggio è cruciale per perseguire ancora l’obiettivo della salvaguardia dei livelli occupazionali. Le trattative andranno ora avanti, nella speranza che si possa portare a casa il miglior risultato possibile per tante famiglie che si trovano a vivere da mesi nell'incertezza», fa presente il senatore 5 Stelle Marco Croatti.

Il problema principale è la mancanza di un compratore unico.

A fine 2019 i commissari ministeriali hanno lanciato una nuova ricerca per manifestazioni di interesse. Fra le proposte arrivate, quattordici offerte sono state considerate consone, ma nessuna di questa riguarda l’intero pacchetto, che comprendere la sede centrale, 55 punti vendita e 1.700 dipendenti. Le ipotesi prevedono l’acquisizione di una parte della rete commerciale, concentrandosi di volta in volta su singole regioni o porzioni di Italia. Il punto vendita di Rubiera, uno dei più solidi dell’intera rete, rientra in alcuni piani presentati, legati al territorio emiliano-romagnolo. Ma ad oggi non vi sono novità concrete e d’altronde, dopo il secondo fallimento, ogni passo è vagliato con la massima prudenza per evitare ulteriori peggioramenti.

Questo rallentamento è servito come gancio per prolungare la cassa integrazione, quantomeno. Un altro tema che riguarda anche diversi reggiani è quello degli ordini non evasi. Nei primi mesi del 2019, infatti, oltre diecimila clienti hanno fatto acquisti versando acconti per prodotti che poi non sono mai stati consegnati. E mari arriveranno, come confermato dal curatore fallimentare a dicembre. A livello nazionale si parla di quasi 4.5 milioni di euro. Tutto il materiale in magazzino è stato venduto in due aste collettive a dicembre, in cui era possibile acquistare solo blocchi di forniture dal valore superiore al milione di euro. E chi ha versato la caparra? L’unica via sarebbe di insinuarsi nel passivo fallimentare come creditori chirografari, ultimi però ad avere diritto al ristoro, dopo creditori e dipendenti. Su questo fronte sono partiti degli esposti alle varie procure, in cui si parla esplicitamente di dolo. Molti ordini risalgono alla primavera inoltrata, quando i vertici dell’azienda avevano già probabilmente deciso di arrivare al fallimento. —

Adr.Ar.

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