Gazzetta di Reggio

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Grande Aracri attacca giornalisti e pentiti

Tiziano Soresina

Nel mirino del boss i resoconti su Facebook e quelli in tv con la sua immagine. «Valerio e Cortese si smentiscono da soli»

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Scelgono in Assise la strada delle dichiarazioni spontanee – non si presenta invece Antonio Ciampà – tre dei quattro sotto processo per i due delitti in odore di ’ndrangheta del 1992.

E nella sua lunga esposizione – dal carcere milanese di Opera, seguendo il filo tracciato su una pila di appunti – il boss Nicolino Grande Aracri si scaglia contro l’informazione e i pentiti che l’accusano di essere il mandante di entrambi gli omicidi. A Grande Aracri non piacciono le udienze documentate in tempo reale dai volontari delle Agende Rosse sul loro profilo Facebook («Così i collaboratori di giustizia possono cambiare a piacimento le loro versioni»), ma in realtà dal giugno scorso i resoconti sono temporaneamente cessati per motivi estranei al procedimento. Chiede inoltre il rispetto dell’ordinanza della Corte che vieta ai media la divulgazione delle immagini della sua persona: «Compaio tutti i giorni in televisione, persino sul Tg3 nazionale, tutti possono dire di conoscere Grande Aracri perché lo vedono sempre, vengono riportate le mie parole». L’affondo più deciso è poi ricolto ai pentiti Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese, puntualizzando: «Non sono io a smentirli, lo fanno da soli con le loro scellerate dichiarazioni». E inizia a sciorinare quelle che – a suo dire – sono le contraddizioni in cui sono caduti in aula: sbagliata l’indicazione della sua abitazione a Cutro, errato il colore della finta auto dei carabinieri utilizzata nell'agguato Giuseppe Ruggiero a Brescello (secondo i pentiti sarebbe stata nera, mentre chi la pitturò ha sempre affermato essere blu). O le incongruenze sui suoi figli maschi, visto che ha quattro figlie femmine. Nega poi di aver mai fatto visita ad Antonio Pelle come dice Valerio e su quest'ultimo afferma: «Non ha fatto altro che copiare le dichiarazioni di Cortese, ha capito subito molto bene come entrare nel circuito della collaborazione». La delegittimazione dei pentiti è imboccata anche da Angelo Greco, accusato di aver fatto parte del gruppo di fuoco a Brescello: «Valerio travisa la realtà – dice dal carcere – e pur sapendo di raccontare bugie le ripete ad ogni occasione cercando di nascondere la sua vera natura». Parla, invece, in aula Antonio Lerose: dice di aver pagato il suo debito con la giustizia («Errori di gioventù») e di essere un uomo nuovo che lavora in un panificio e vive a Bologna in una casa popolare: «Non ho mai ucciso nessuno. L'unica volta che ho preso un'arma è stato quando facevo il militare. Ho cambiato vita e di quelli di Cutro non ne ho voluto più sapere. Durante la detenzione sono stato salvato da una professoressa che mi ha aiutato a diplomarmi e poi mi ha accolto con la sua famiglia quando sono uscito. Faccio mille sacrifici, non mi posso permettere neanche un’auto e giro in autobus e in bicicletta. Grande Aracri lo conosco di vista». Poi smentisce Cortese: dice di avermi affiliato alla ’ndrangheta in carcere, ma lì non ci siamo mai incontrati». Infine ai giudici: «Chiedo un verdetto equo perché qui si deciderà il mio futuro e la mia vita». —



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