Mandiamo a casa tutti (ci siamo già)
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani
REGGIO EMILIA Volete scommettere che dopo il 26 gennaio rimarremo soli? Perché finirà la sarabanda della propaganda elettorale. Se vincerà Bonaccini resterà tutto come prima (adesso), con la sparizione di Salvini dalla piazza, e la scelta consolatoria del Senato da parte della Borgonzoni. Se vincerà la Borgonzoni la solitudine degli emiliano-romagnoli sarà provocata dalla messa in pratica delle promesse della Lega: “Mandiamo a casa tutti”, “Liberiamo l’Emilia-Romagna”, “Prima gli emiliani”. Se diamo credito al sondaggio di Demopolis, ad oggi, il 44-49 per cento dei cittadini di questa Regione dovrebbe far su baracca e burattini, andare a casa propria o levare le tende dall’Emilia-Romagna. Questo è lo sciocchezzaio dei gridi di guerra leghisti. Rimarremo soli, perché assuefatti a una campagna elettorale permanente, all’intensità della polemica, incapaci di spaccare gli incantamenti delle promesse. Più che una sfida tra programmi politici per il territorio, la prova del 26 gennaio coinciderà con lo sgretolamento o la tenuta di due versioni opposte della nostra Regione: da conquistare-redimere-sterilizzare per il centrodestra; da ostentare come modello del buongoverno per il centrosinistra. La chiave dello scontro è nazionale, non regionale, non bolognese o reggiana.
C’è dunque il rischio di un “sacrificio” dell’Emilia Romagna, perché alla Borgonzoni presidente equivarrà la speranza della restaurazione del potere leghista a Roma. In concomitanza col dissolvimento del Movimento 5 Stelle e dell’anemia del Pd.
Ha ragione la Lega: l’Emilia Romagna è territorio di conquista. Non per nulla uno dei motti salvinisti che circola con tutto il suo carico eroicomico è “Ora o mai più”. È lo stesso titolo di un programma televisivo di vecchie glorie della musica leggera italiana, condotto da Amadeus. Ma è anche il titolo italiano di un romanzo del Premio Nobel Nadine Gordimer. Secondo me i leghisti hanno però puntato sulla prima affinità, sul talent show.
Quando scrivo “sacrificio” dell’Emilia Romagna faccio riferimento all’eventuale insediamento a Bologna della Borgonzoni facente funzioni di Salvini, con il vero Salvini occupato altrove perché – l’esperienza dell’annata scorsa è incontrovertibile – il leader leghista è mobile, ha il timore ossessivo degli spazi chiusi e ne sta alla larga (il ministero, Palazzo Madama, e precedentemente il Parlamento Europeo).
Ci vengono proiettate versioni opposte oltre che della Regione, anche della strategia persuasiva. Mentre la Borgonzoni non viaggia da sola, ma accompagnata da Salvini-premier, da Salvini-lega, da Salvini-garanzia; Bonaccini può fare a meno dell’ombrello nazionale, cioè della certificazione di Zingaretti. Perché ora come ora, anche su un piano di aspettative e di assetti nazionali, Bonaccini ha più peso di Zingaretti.
Ecco che, allora, la scelta del veicolo della propaganda della Lega è antitetica a quella del Pd. La prima punta tutto sul segretario autocrate, la seconda scommette unicamente sul candidato. La prima non può fare a meno della presenza dell’uomo-partito (come se non sussistessero altri uomini e donne determinanti sul territorio); il secondo può arrangiarsi, fare a meno della partecipazione del segretario di un partito che è in crisi d’identità e ha molteplici personalità conflittuali. Due mondi contro.
Nel mezzo, in palio, c’è la nostra regione. La evoco con la r minuscola affinché non venga equivocata con l’istituzione. Nel mezzo, in palio, c’è l’intero territorio, la sua storia sociale, i servizi, l’assistenza, le infrastrutture, la sua cultura “matria” e “patria” che ha figliato un modo di essere e fare, governare, amministrare, partecipare. Se gli esiti della conquista dovessero essere ad imitazione lombarda o veneta, non saranno liberatori, ma uniformanti, rischiosi come un espianto/impianto. E con quali esiti? Con chi a Bologna: Salvini o la Borgonzoni? La tabula rasa del “comunismo” e di tutte le sue opere?
Ci sarà pure un motivo per il quale l’astutissimo Salvini mai cita esplicitamente “comunismo” e “comunisti” in questa campagna elettorale. Sa che per sensibilizzare gli incerti e i dubbiosi non deve aggredire i fondamenti. Sugli appunti abbandonati il 29 dicembre da un militante leghista dopo il meeting a Bologna con Salvini vi è un ordine preciso: “Usate la clava con Bibbiano... Trovate una famiglia terremotata... Non parlate di buongoverno”. Perché?
Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
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