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Bibbiano - e non Bologna - è l’epicentro dell’ultimo confronto nazionalregionale

Stefano Scansani
Bibbiano - e non Bologna - è l’epicentro dell’ultimo confronto nazionalregionale

Il buonsenso e il livello di tensione sfuggito di mano. Il commento del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani

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REGGIO EMILIA. L’esito della storia è in quarantacinque minuti. L’agenzia Ansa alle 11,38 di ieri batte la notizia-constatazione “Regionali: Emilia Romagna, Lega e Sardine si contendono la piazza di Bibbiano”. Sulla stessa schermata alle 12,23 appare il primo flash “Affidi: telefonata annuncia bomba a Bibbiano, falso allarme”.

La bomba – quella vera – in verità è innescata da parecchi mesi sotto il municipio di Bibbiano, dentro il suo vetusto rosso pompeiano e sotto la scalinata con quell’aria provinciale e trionfale, venuta buona per le spedizioni comizianti di chi sul caso affidi va giocando il tutto per tutto.

È lì, sotto quegli scalini, che l’orologeria della bomba è puntata sulla notte fra il 26 e il 27 gennaio. Notte elettorale, notte di incognite. O la va o la spacca.

L’uomo che ieri alle 8 ha telefonato allo Sportello Sociale annunciando che da lì a venti minuti avrebbe lanciato l’esplosivo, è un terribile cretino, ma ben temporizzato. Nel senso che la sua minaccia si insinua nel momento politico, giudiziario, emotivo e informativo più complesso del caso affidi in Val d’Enza.

È un bombarolo strategico. Perché la campagna per le Regionali ha una valenza nazionale acutissima. Perché il finale di partita è previsto proprio in piazza a Bibbiano il 23 gennaio, dalla Lega con Matteo Salvini in testa e dal centrodestra coeso da una parte, e le Sardine con la partecipazione del fondatore Mattia Santori, dall’altra. Bibbiano – e non Bologna – è l’epicentro del confronto ultimo.

La minaccia esplosiva non ha fatto altro, e vi è riuscita, che elevare il livello d’attenzione su Bibbiano aggettivo piuttosto che l’allarme sull’esplosione oggettiva.

Gli amministratori locali, quelli della Val d’Enza e quindi dell’Unione dei Comuni, se ne sono resi conto, e in due e due quattro hanno organizzato la conferenza stampa delle ore 12 per condannare e reagire alla minaccia delle ore 8. Per suonare il contrattacco.

Cosa che – l’ho già scritto – potevano e dovevano fare due o tre stagioni fa, quando su quel paese e sulla sua gente è cominciata la speculazione perniciosa. I sindaci potevano e dovevano difendere la reputazione del territorio e dei suoi cittadini, il nome di Bibbiano.

Avrebbero avuto occasione di replicare alla “pressione mediatica tremenda” (definizione della vicesindaca Paola Tognoni) in tempo reale, quando la Meloni planava per prima sullo scalone, quando Salvini lo faceva suo, quando Di Maio in prima versione prometteva “Mai con il partito di Bibbiano”. Dovevano denunciare quegli uomini con incarichi di governo e con responsabilità di tutela delle comunità.

La Tognoni, come altri amministratori, sbaglia. Macché “pressione mediatica tremenda”. Il nome autentico della situazione è questo: speculazione politica avversaria orrenda.

Sull’altro versante gli amministratori e il mondo politico omogeneo (centrosinistra, per intenderci) hanno titubato a lungo di fronte all’inchiesta, agli sviluppi, alla sua portata e al fatto che il primo cittadino di Bibbiano fosse stato ristretto a misure cautelari per un lunghissimo periodo.

Per via politica, la ritrovata libertà di Andrea Carletti e il realizzarsi dell’idea che le elezioni regionali sono in agenda fra appena dieci giorni hanno convinto il Pd a far fronte sul fronte bibbianese. Per via giudiziaria, la giornata di martedì ha segnato il crinale interpretativo – anche strumentale – su cui si esprimono ancora il centrosinistra e ancora il centrodestra, a dimostrazione che i tempi propri della Giustizia vengono asserviti impropriamente dalla propaganda politica.

A aumentare la sonorità del tic-tac della bomba è stata infatti la coincidenza temporale fra le motivazioni della Cassazione sulle misure restrittive adottate nei confronti del sindaco Carletti, ritenute infondate e per questo andavano annullate. E tra il fine indagini della Procura di Reggio Emilia, notificato a 26 persone (tra le quali Carletti) e con la contestazione di 108 illeciti, atto che prelude al rinvio a giudizio.

Inevitabilmente le motivazioni della Cassazione hanno motivato il Pd. Inevitabilmente l’avviso della Procura ha motivato le Lega. Per entrambi le parti calate nella surriscaldata arena elettorale il processo non è finito ed ognuna, di conseguenza, legge o non legge i passi della procedura come e quando gli pare. Cosicché il #parlatecidibibbiano diventa un perpetuum mobile. Cioè un moto perpetuo, dai dizionari definito così: “che si mantiene perpetuamente attraverso una ipotetica macchina senza che sia ricaricata o fornita di energia”.

Ogni citazione di Bibbiano (da cui l’azione “bibbianizzare”) come ogni cartello, maglietta con scritta, adesivo, manifestazione, processione cattoveterodestra, come qualsiasi dovuto atto giudiziario vengono fatti entrare nella miscela esplosiva. Nel mentre vige un’ignoranza sapiente che non riconosce le distinzioni fra processo e dibattimento, fine indagini e rinvio a giudizio, arringa e requisitoria, fra eventuali responsabilità dei singoli e la struttura di un intero sistema, neanche degli affidi o del welfare, bensì amministrativo e politico emiliano-romagnolo.

La minaccia della bomba rappresenta il culmine di una tensione. Ieri, finalmente, è balenata una parola nuovissima, infrequente nell’arte (ma per carità) oratoria dei big della politica d’assalto: buonsenso. Buonsenso reclamato dagli amministratori che hanno convocato la conferenza stampa e invitato le parti - Lega e Sardine - a ripensare alle loro concomitanti manifestazioni del 23 gennaio a Bibbiano.

Così tanto buonsenso che ieri nessuno dei big della politica d’assalto si è manifestato attraverso le agenzie, i comunicati, i post e i tweet contro il bombarolo cretino. L’unica cantilena che è trapelata è stata quella della fiducia nella Giustizia. Mai che la ripongano nel loro buonsenso.

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