«Un incubo: mi ha violentata in macchina»
Studentessa 15enne accusa un ragazzo con quattro anni in più, ma lui ribatte: «Un rapporto consenziente in albergo»
SANT’ILARIO. Sono trascorsi quasi cinque anni da una vicenda giudiziaria delicatissima che ieri è entrata nel vivo in tribunale a Reggio Emilia.
Sono coinvolti due giovani: al tempo lei è 15enne e studia alle superiori, lui ha quattro anni in più. Non abitano vicini, in quanto il 19enne risiede a Reggio Emilia, mentre la ragazza fuori provincia. Ma sul web, via chat, si conoscono e decidono di incontrarsi. Al centro del procedimento – in cui il giovane è accusato di violenza sessuale su minore – c’è in particolare una giornata: il 3 maggio 2015. E su quanto accaduto quel giorno le versioni divergono e non poco, come è emerso anche ieri in aula. Un processo a porte chiuse in cui si sono contrapposti questi due giovani, sentiti ieri mattina – come pure altri testimoni – in una prima udienza piuttosto lunga, che ha sfiorato le tre ore di durata. La ragazza spiega che lui era andato a prenderla a scuola e in macchina avevano cominciato a girovagare. Anche in autostrada, fermandosi in un’area di servizio fra Reggio Emilia e Parma. Una volta lasciata l’autostrada, arrivano – sempre secondo il racconto della giovane che non si è costituita parte civile – in una piazzola a Sant’Ilario. Rimangono in macchina, ma sono lontano da sguardi indiscreti. Talmente appartati che su invito del giovane si trasferiscono nei sedili posteriori dell’auto e cominciano a baciarsi. Un trasporto che però va oltre, in quanto lui cerca di avere un rapporto sessuale e l’otterrà: prima si abbassa i pantaloni, poi riesce a togliere i leggings che indossa la ragazza, nonostante la sua opposizione. Essendo vergine, comincia a perdere sangue e si spaventa. Un rapporto non voluto che diventa un incubo. A quel punto la situazione si ricompone e lei viene accompagnata in stazione a Reggio Emilia affinché torni a casa.
Ben diversa la ricostruzione dell’imputato (a piede libero) che non solo parla di atto sessuale consenziente, ma colloca il tutto in una camera di albergo e non in macchina. Aggiunge che avevano avuto una storia ma poi l’aveva lasciata e per vendicarsi – sperava che lui la sposasse – si sarebbe inventata la storia dello stupro. Ieri sono stati sentiti anche il padre dell’accusatrice, il fidanzato avuto successivamente dalla ragazza e la ginecologa – a suo tempo, cioè un anno e mezzo dopo, contattata dalla famiglia – che ha confermato la perdita della verginità. Testimonianze molto contrastate, in una sorta di “duello” fra il pm Maria Rita Pantani e l’avvocato difensore Mario Di Frenna. Si torna in aula a novembre. —
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