Preti sposati e Papi separati
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani
REGGIO EMILIA. C’è aria di regresso. In un niente di giorni è ripartito il pimer (frullatutto ad immersione) che confonde la fiction con la realtà. Per esempio, l’onirica serie televisiva “The New Pope” di Paolo Sorrentino non riesce a tener dietro agli intrighi vaticani, alla corrente alterna causata dalla coesistenza di una coppia di Pontefici, quelli veri. Così è anche per il film diretto magistralmente da Fernando Meirelles e che porta lo stesso titolo, “I due Papi”.
Gli ultimi fatti di cronaca ecclesiastica surclassano la fiction. Mi riferisco all’“incidente” provocato dal libro scritto a quattro mani dal cardinale Robert Sarah e dal Papa emerito. Poco prima della diffusione, Ratzinger – o chi per lui – ha preteso fosse ritirata la sua firma perché non aveva inteso che le sue note in difesa del celibato dei preti sarebbero finite nell’opera.
E chi ci crede? Spesso la Chiesa si fa davvero piccola (terrestre). Il guineano Sarah non è un prete di poco conto: è il prefetto della congregazione per il Culto divino, cioè il cardinale ministro responsabile della liturgia, dei testi sacri e dei sacramenti.
Mentre Benedetto XVI è il vecchietto vestito di bianco semicieco e malfermo che rinunciò al Soglio non si sa perché e – dipende dalle circostanze e dalle propensioni dei colleghi vaticanisti – il fine teologo, il guardiano dell’ortodossia cattolica, il pastore tedesco. Decidiamoci.
Credo sia insostenibile il tentativo di giustificare il nuovo pasticcio come si trattasse di una incomprensione fra un parroco, un curato di campagna e uno stampatore di paese: questo non l’ho detto, quest’altro non l’ho dichiarato, io non lo firmo, e allora posto le tue lettere su Twitter, ma ti porto obbedienza...
Il nuovo pasticcio gela Papa Bergoglio e la sua linea. Quel frammento sulla intangibilità del celibato dei preti è stato sventolato prima che Francesco approvi la storica apertura ai sacerdoti sposati emersa con il Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia.
E anche se quelle righe non appariranno sul libro, anche se quel libro non sarà firmato da Ratzinger, il pronunciamento è stato reso pubblico: “Il celibato dei sacerdoti è indispensabile, ha grande significato. Non posso tacere”.
Questo incidente gela Bergoglio e intanto parla ai conservatori della Curia romana, conforta i veterocattolici e tutti coloro che – quasi quasi lo scrivo – intravedono in Bergoglio il gesuita comunista eresiarca (l’ideologo di un’eresia).
In questa novella puntata il pimer confonde due motti popolari: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi e Dio vede e Dio provvede. Tant’è che la nomina della signora Francesca Di Giovanni a sottosegretaria di Stato parrebbe concatenata al “no” ratzingeriano al matrimonio dei preti. Bergoglio che ha fatto? Ha affidato a una donna il ministero degli Esteri vaticano. Un ruolo che storicamente è stato ricoperto da vescovi e arcivescovi destinati alla porpora. La nomina rappresenta la conquista di una casella della faticosissima riforma della Curia.
L’esperienza bimillenaria del potere e la dimestichezza suasiva col sacro hanno fatto sì che il clero sia un campione nella dissimulazione. Cioè nella velatura delle circostanze evidenti. Voglio dire che per il libro, per il celibato dei preti, dal vecchio Ratzinger non è andato un cardinale qualsiasi, ma proprio Sarah che nel Sacro Collegio (e in un ipotetico conclave) è uno dei candidati tradizionalisti più in vista insieme al confratello Müller. Dunque, non è una svista, ma la ricerca della sintonia mirata.
Mi par giusto domandare perché il referente su un argomento tanto attuale qual è il celibato dei preti è Ratzinger e non Bergoglio. Vien da scrivere che il cardinale Sarah ha “sbagliato” o “scelto” la fonte. E se si fosse recato da Papa Francesco...
Riemerge l’interrogativo profetico che Sandro Magister poneva sull’Espresso nel marzo del 2013, in presenza di un Papa dimissionario e in attesa del conclave: “Il nuovo Papa in procinto di essere eletto come guiderà la Chiesa con ancora in vita colui che lo ha preceduto sulla cattedra di Pietro? Nell’imminenza del conclave, le incognite su come prenderà forma tale coabitazione sono ancora in larga misura irrisolte”.
Ecco, il problema è l’irrisolutezza, perché non c’è ancora un articolo del Codice canonico o un qualsiasi provvedimento che gestisca figura, ruolo, titolo di un pontefice rinunciatario. Considerando che potrebbero essercene altri nella storia a venire, anche tre, se Bergoglio dovesse ritirarsi. La questione non è formale: il Papa dimesso se ne può stare quieto quieto nella clausura (?), nel monastero Mater Ecclesiae all’ombra del cupolone, ma c’è chi lo va a cercare...
E poi dalla clausura (?) non è la prima volta che l’Emerito rompe il ritiro. Non vado tanto addietro nel tempo. Soltanto nel marzo dell’anno scorso Ratzinger si è occupato di pedofilia in un momento nel quale Bergoglio fronteggiava la questione, imponente. Benedetto XVI in una memoria per una rivista tedesca scrisse di intravedere nel Sessantotto l’origine del male: “Tra le libertà che la Rivoluzione del 1968 voleva conquistare c’era anche la completa libertà sessuale, che non tollerava più alcuna norma”.
E che “della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente”. Come dire che prima di quel dannato Sessantotto gli abusi nella Chiesa non sussistevano perché non c’era disgregazione morale e imperava il timor di Dio.
Bello l’attacco dell’articolo di Paolo Rodari su Repubblica nell’aprile 2019: “In Vaticano in molti si affrettano a dire che il testo non mina l'unità fra i due Papi. Così il cardinale Angelo Becciu per il quale ‘non è un attentato all'unità della Chiesa’, mentre ‘strumentalizzarlo in questo senso farà soffrire Benedetto XVI: sarà per lui il dolore più grande’”. Cioè, non addoloriamo l’Emerito. Sarebbe però più opportuno comprendere chi lo consiglia. Chi lo sollecita. Chi lo invita. Chi gli porge la stilografica bianca.
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