«La rapina subìta non fermerà la mia missione in Africa»
Il missionario Luciano Lanzoni da 30 anni aiuta il popolo del Madagascar «Sono stato assalito a bastonate da dei ragazzini senza prospettive»
«Essere stato vittima di una rapina per la seconda volta in Madagascar mi ha fatto condividere la fatica di questa gente. Sei lì e ci sei in mezzo, fino in fondo. Gli autori di questo gesto sono ragazzini senza prospettive che diventano violenti gratuitamente. Ma non ho di certo perso di vista l’obiettivo di aiutare la popolazione locale e presto tornerò lì».
Gli occhi di Luciano Lanzoni – 62 anni, residente a Masone (Reggio Emilia), molto noto nel Modenese e nel Reggiano, in particolare a Salvaterra, dove raccoglie fondi a favore delle missioni nell’isola africana – brillano di entusiasmo e bontà quando parla del Madagascar, terra dove ha scelto, 30 anni fa, di fare il missionario.
Lanzoni è rientrato in Italia per accertamenti medici dopo la rapina di cui è stato vittima lo scorso dicembre, mentre rientrava dall’inaugurazione del terzo centro di fisioterapia di Nosy Varika.
Lanzoni, andiamo a ritroso: di cosa si occupava prima del Madagascar?
«Il 6 agosto 2020 saranno trascorsi 30 anni dal mio arrivo lì. Lavoravo al Ceis di Modena, prima di partire. E, prima ancora, in una casa di ex carcerati, svolgendo, parallelamente attività nelle carceri di Sant’Eufemia e Dozza. Seguivo soprattutto i detenuti tossicodipendenti».
Cosa l’ha spinta a partire?
«Erano gli anni in cui esplose l’Aids. Allora eravamo solo di fronte al problema, senza soluzioni. Il confronto con tossicodipendenti mi ha fatto aprire gli occhi verso una realtà più grande e il bisogno di mettersi a disposizione dove le difficoltà non sono frutto di una scelta, ma una realtà senza alternativa. Un sacerdote che conoscevo bene mi ha chiesto di occuparmi dell’inserimento sociale di giovani disabili. E dal 1990 al 2006 ho lavorato ad Ambositra, dove è stato aperto il primo centro ortopedico moderno. Anche la nostra presenza di missionari ha contribuito all’evoluzione dell’assistenza nella disabilità. Tanti giovani sono stati integrati a livello scolastico e lavorativo. E si sono superati problemi legati alle barriere architettoniche».
Come vengono considerati gli ammalati?
«In Madagascar vale il detto: “Chi è malato è signore”. È un paese che non conosce la ruota, ma viaggia su Internet da millenni di contraddizioni. Dico con orgoglio che, nel 2007, quando sono partito da Ambositra, non c’era un disabile che chiedeva le elemosina in città. E ora esistono 24 associazioni che si occupano di disabili a vario titolo, dato che la sanità è a pagamento. Quando mi hanno aggredito, al pronto soccorso il medico mi ha prescritto anestesia, ago e filo dicendomi di andare a comprarli».
Cosa ricorda della sera dell’ultima rapina?
«Siamo partiti dopo pranzo da Antananrivo e arrivati ad Ambositra alle 20. Con me c’era Lea, ostetrica malgascia, che ha visto gli aggressori, giovanissimi: mentre scaricavamo i bagagli, sono saltati fuori da dietro il garage questi ragazzini che mi hanno dato bastonate in testa e in faccia che mi hanno tagliato l’osso dello zigomo e inferto un duro colpo all’occhio. In casa a sistemare le stanze, c’era anche la volontaria Enrica Salsi. Il medico del pronto soccorso mentre mi faceva domande per verificare che non avessi riportato danni cerebrali mi diceva che aveva trascorso quasi tutte le notti lì. L’episodio è sintomo della povertà che regna nel paese».
Quando ripartirà?
«Mi hanno visitato al Policlinico diagnosticandomi buone condizioni. Ripartirò il 24 febbraio. Svilupperemo un accordo tra le Diocesi di Carpi e Mananjary, tra cui c’è una convenzione dal 2018, per realizzare attività per i disabili, soprattutto per le cure. Il frutto di questa collaborazione ha portato all’apertura di tre centri di fisioterapia a Ifanadiana, Nosy Varika e Mananjary. Il lavoro svolto ha portato all’identificazione di parecchi disabili: bambini, giovani adulti; nel controllo degli specialisti in Ortopedia in ottobre abbiamo incontrato 250 disabili». —
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