Gazzetta di Reggio

Reggio

Oggi è in palio “quel gran pezzo dell’Emilia”(il cuore d’Italia)

Stefano Scansani
Oggi è in palio “quel gran pezzo dell’Emilia”(il cuore d’Italia)

Perché il controllo politico della Regione è più che mai fondamentale. Perché Reggio è l’ingranaggio indispensabile delle strategie e del voto

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REGGIO EMILIA. Mediopadana in tutto e per tutto. Quella di Reggio Emilia è la terra dove oggi, domenica 26 gennaio 2020, la gente decide le sorti politiche della Regione Emilia-Romagna.

Mediopadana significa essere in mezzo a quest’area e stabilirne gli equilibri di domani (mattina). L’importanza dell’epicentro laboratorio reggiano è confermato dalla storia elettorale, dalla estenuante frequentazione dei capipartito, dei novelli movimenti, e anche dal fuorionda carpito alla candidata presidente leghista, giorni fa: “La partita si gioca a Reggio Emilia, bisogna spingere lì”.

Tutti hanno spinto qui, perché da noi è situato quel pulsante che corrisponde all’antica sollecitazione cifrata, sussurrata fuori delle sezioni elettorali, perché è vietato fare propaganda entro i duecento metri: “Vota béin”, vota bene. Era la formula d’invito e convincimento che indicava un sistema nel quale la parola “bene” era ricorrente: benessere, benvenuti, mangiare bene, ben messi, bene comune… Insomma, l’Emilia-Romagna.

Il territorio reggiano è strategico per la sua costituzione, la sua sostanza. Oltre al risultato delle comunali 2019 del capoluogo che è passato attraverso un epocale ballottaggio col centrodestra, va messa in conto l’esperienza settantennale del centrosinistra “in purezza”.

Cioè non influenzato da realtà metropolitane come può essere Modena con Bologna, oppure interrotto da altre esperienze amministrative com’è capitato a Parma o come ora è in corso a Ferrara. Nel contesto Reggio Emilia è di quella razza che non ha conosciuto influenze o contraccolpi, se non l’innesto laboratoriale dell’esperienza comunista con quella democristiana e viceversa. E poi c’è una Bassa dinamica basata sulla tradizione del centrosinistra, e una montagna statica intonata alla penetrazione leghista. È davvero una stagione di incognite su un territorio mediopadano considerato massiccio, tosto, concorde. Una volta.

Il Reggiano – inteso come territorio elettorale – ha iniziato a contraddirsi proprio nelle precedenti tornate regionali, quelle del 2014. Mentre nella totalità delle nove province andava alle urne un deprimente e allarmante 37,71 per cento degli elettori, il nostro territorio affluiva al ribasso, con un 35,99 per cento. Era andata diversamente alle regionali del 2010: l’affluenza emiliano-romagnola era stata del 68,07 per cento mentre nel Reggiano si era attestata sul 69,98 per cento.

Mi spingo ancora più indietro, alle elezioni del 2000: nel Reggiano andò alle urne l’81,54 per cento degli aventi diritto. Infine, raggiungo il 1970, quando si votò per la prima volta per le Regioni: affluenza: 97,47 per cento. Altro mondo, altro secolo. A memoria: il 48,65 per cento al Pci, il 27,15 per cento alla Dc, il 6,66 al Psi, il 2,18 al Msi…

La questione reggiana è strategica per l’Emilia-Romagna, quanto l’Emilia-Romagna è strategica per l’Italia. La nostra regione è infatti uno dei motori produttivi ed economici del Paese e, dunque, la sua rilevanza politica è fuori discussione.

Le nove province emiliano-romagnole vantano un reddito pro capite che si attesta su una media di 35.300 euro (in Calabria invece è di 17.100 euro), il fatturato delle piccole, medie e grandi imprese totalizza 311 miliardi, l’export l’anno scorso è cresciuto del 4,8 per cento e il tasso di disoccupazione è fermo al 4,8. I due terzi del bilancio della Regione sono impegnati nella spesa sanitaria e del welfare.

Ecco perché va di moda il termine “contendibilità” che, in altre parole, significa “far gola”: chi si assicura Bologna è a campo vinto. La connessione di Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia-Romagna corrisponde a quella “nazione” agognata da Umberto Bossi avo di Matteo Salvini, non solo per motivi geofantastici o demagogici.

La lombardizzazione o la venetizzazione dell’Emilia-Romagna rappresenterebbero una “presa del potere” o la “liberazione” dei territori non da un’occupante, ma da un “contendibile” sistema ab antiquo non replicabile altrove. Unico.

La realtà di Reggio Emilia, dunque, è situata nel bel mezzo della Padania, area Mediopadana che è di suo un’area vasta. Della quale le suggestioni della prima ora leghista avevano intuito la forza motrice, ma non la sua radice storica. Va liquidata l’idea che il nome Padania sia un sinonimo di Valle Padana, e che sia una concezione settentrionalista.

Uno dei primi a intuirne l’omogeneità fu Gianni Brera negli anni Sessanta, a toccarne il senso Giovannino Guareschi negli anni Cinquanta e alla fine del Settecento (gran capriola all’indietro) proprio i rappresentanti delle città emiliane che istituirono la Repubblica Cispadana.

Lo fecero a Reggio Emilia nel 1797, anno di nascita del Tricolore. Poi quella realtà giacobina confluì nella soluzione più larga, la Repubblica Cisalpina.

Quel retaggio è rimasto così forte che nel 1995 Indro Montanelli osservava: “In Italia non c’è una coscienza civile, non c’è un’identità nazionale che tenga insieme uno Stato federale e garantisca la civile convivenza delle sue parti. Invece io vedo solo nell’Italia Cisalpina qualche barlume di coscienza civile e una vocazione europea. Altrove, invece, è un disastro difficile, se non impossibile, da rimediare. Spero proprio di sbagliarmi”.

Vanno annotati due valori contemporanei preziosissimi: coscienza civile e vocazione europea. Valori riconosciuti da un filo ininterrotto che attraversa la storia: da Bonaparte che si felicitava con Reggio per l’indipendenza dopo la battaglia di Montechiarugolo: “La città italiana più matura per la libertà ”, fino alla partecipazione alla Lotta di Liberazione e alla costruzione di un modello economico e sociale singolare.

Per capirlo bisogna rileggere un libro fondamentale del modenese Edmondo Berselli, scomparso troppo presto. Il titolo è la sintesi dell’emilianitudine: “Quel gran pezzo dell’Emilia”. Che non è mutabile.

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