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PER LA MIA COSCIENZA UNA RISPOSTA AL DESIDERIO DI USCIRE DA NEBBIE MEDIOCRI

PER LA MIA COSCIENZA UNA RISPOSTA AL DESIDERIO DI USCIRE DA NEBBIE MEDIOCRI

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In questa domenica – che papa Francesco ha voluto per tutta la Chiesa come “domenica della Parola di Dio” – iniziamo la lettura semi-continua del Vangelo di Matteo.

Ci è proposta una scena emblematica dell’azione di Gesù e possiamo ascoltare le sue prime parole. Non più il bambino del presepe, ma ora è l’adulto che si rivolge a noi. Un agire efficace, un annuncio sintetico, “Il Regno è qui”: in Gesù è operativa la mano di Dio. Poi un duplice invito, “Convertitevi”: c’è molto da raddrizzare. “Venite dietro a me”, uscirete dal buio verso la luce. Raggiunti dalla luce indicherete ad altri la strada della luce: sarete “pescatori” di uomini.

La scena si svolge al nord della Galilea. Una regione assegnata, quando fu divisa la terra, a tribù poco significative dei figli di Giacobbe. Un territorio di confine ove da secoli vivono popolazioni di tradizioni religiose paganeggianti. Non l’ortodossa Gerusalemme ma la Galilea dei “gentili”: Nazareth e Cafarnao, luoghi preferiti della predicazione di Cristo. La geografia biblica è molto più di un’informazione spaziale, è sempre allusiva.

L’annuncio evangelico non predilige i “palazzi dei re”: si fa strada tra le nebbie fitte di un vivere umano dove filtra a malapena qualche spiraglio di luce. Terra di Zàbulon e di Nèftali. Raramente il brano evangelico domenicale riprende alla lettera il contenuto della prima lettura. Matteo è l’evangelista che più degli altri sottolinea come in Cristo si vadano compiendo le antiche profezie. Ci è riproposto oggi un testo già letto nella notte di Natale: nella tetra oscurità si fa strada una grande luce. “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce”.

“Sentinella, quanto manca della notte?” Un rabbino chiese agli studenti: “Come determinare l’ora dell’alba, quando la notte termina e il giorno si fa vicino?”. Uno studente suggerì: “Quando da lontano si può distinguere un cane da una pecora?”. “No”, rispose il rabbino. “Quando si distingue un fico da una vite?” “No”, disse ancora il rabbino. “Per favore ci dia la risposta”, chiesero gli studenti. “Va bene”, disse il saggio: “È quando guardando il volto degli esseri umani avete abbastanza luce per riconoscerli come vostri fratelli. Fino a quel momento è notte, è ancora buio”.

Il sole irrompe se ti apri a un progetto nuovo ed inclusivo che dilata i confini della fraternità.

Ci consola (o stupisce) la forza della parola di Cristo? La “pesca” del Signore dà ottimi risultati. Quattro pescatori si mettono con lui. Due coppie di fratelli. Un’altra allusione. Riparavano le reti, ora seguiranno il Maestro e sarà lui a “ripararle”: quanto ne abbiamo bisogno! “Li chiamò, ed essi subito lo seguirono”. Per noi è una prima chiamata, è piuttosto un rinnovato invito a camminare con lui di buona lena, senza ritardi e senza “sconti”. Aspetti segni particolari di “vocazione”? Un invito speciale per te? La persona stessa di Gesù è “una continua chiamata”.

Quando un tratto della sua divina-umanità è avvertito dalla mia coscienza come speranza attraente, come risposta al desiderio di uscire da nebbie mediocri, è allora che io sento che Cristo mi sta chiamando perché io lo prenda come “Signore”: non una pietra da scartare, ma un caposaldo, una testata d’angolo per una costruzione personale e sociale solida, accogliente, fraterna. —

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