Bonaccini si conferma governatore L’Emilia Romagna... non si Lega
La coalizione di centrosinistra respinge l’assalto di Salvini e Borgonzoni, che non riescono a “liberare” la Regione
REGGIO EMILIA Bonaccini parte subito in netto vantaggio, negli exit poll e nelle prime proiezioni, cavalcando un’affluenza che torna a vette record, toccando quota 67,67%, +29,9% rispetto al 2014. E anche se i primissimi scrutini sembravano dare avanti Lucia Borgonzoni, intorno alla mezzanotte dal quartiere generale del comitato elettorale leghista Matteo Salvini sembra già ammettere la sconfitta: «Per me è un’emozione che dopo 70 anni in Emilia Romagna ci sia stata una partita, che ci sia una partita aperta. Perchè da che esistono le elezioni in Emilia Romagna la partita era chiusa ancora prima di cominciare». Mai in partita, invece, il M5s e il suo candidato Simone Benini.
LA NOTTE DECISIVA
È notte fonda nella sede della Regione, in viale Aldo Moro a Bologna. Ma le luci sono tutte accese. E i riflettori sono puntati sull’esito di una contesa elettorale destinata a mettere in palio non solo il futuro dell’Emilia-Romagna: 180 i giornalisti accreditati da tutto il mondo, compresi i corrispondenti della tv satellitare araba Al Jazeera e della Rsi, la radiotelevisione della Svizzera italiana, accorsi a Bologna per documentare l’ultima tappa della durissima sfida che ha visto contrapposti il presidente uscente Stefano Bonaccini per il centrosinistra e la leghista Lucia Borgonzoni per il centrodestra, sin da subito apparsi i principali contendenti alla carica di governatore.
RINGRAZIAMENTI
A urne chiuse, poco dopo le 23, il governatore uscente sembra già assaporare la vittoria, ringraziando su Facebook con toni istituzionali «presidenti, segretari, scrutatori, rappresentanti di lista, dipendenti comunali e forze dell’ordine», che «in modo ordinato e accogliendoci con un sorriso ci hanno permesso di esercitare la democrazia». Il suo braccio destro, il parlamentare reggiano, Andrea Rossi, coordinatore del comitato, all’una inoltrata predica invece ancora prudenza. Ma appare evidente già a molti che l’Emilia non si Lega, con il Pd che porta a casa un risultato apparso perennemente in bilico, trainando l’intero centrosinistra. Esulta subito il segretario nazionale dem, Nicola Zingaretti: «Sono contento per i cittadini emiliano-romagnoli che continueranno ad avere un grande presidente».
GOVERNO E POLITICA
Una campagna elettorale giocata su due piani completamente diversi dai due contendenti: Bonaccini ha puntato soprattutto sul tentativo di mantenere il voto in una dimensione amministrativa, concentrandosi sul tradizionale buongoverno che da sempre contraddistingue l’Emilia e lanciando sul finale appelli al M5s e alle lista di sinistra per il voto disgiunto; Borgonzoni e Lega, invece, anche attraverso le quotidiani incursioni di Salvini, hanno spinto sull’acceleratore per trasformare il voto regionale in un banco di prova nazionale per il governo giallorosso targato M5s-Pd, mettendo nel mirino una spallata decisiva al Conte bis e l’egemonia dell’intera coalizione. Una distanza di orientamento marcata anche negli eventi di chiusura delle rispettive campagne elettorali: Bonaccini a Forlì, antica roccaforte rossa ora in mano al centrodestra, si presenta davanti a cinquemila persone senza simboli di partito e senza big nazionali; Borgonzoni in piazza a Ravenna, insieme non solo all’onnipresente Salvini, ma anche ai leader nazionali della coalizione, da Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia a Silvio Berlusconi di Forza Italia.
NESSUN SILENZIO
Una prova di forza proseguita anche nella giornata del silenzio elettorale, dove non sono mancate sui social incursioni e appelli al voto. È quanto avvenuto anche ieri, dove non è mancato l’ennesimo post di Salvini su Bibbiano, il paese della Val d’Enza al centro dell’inchiesta sui presunti affidi illeciti, diventato suo malgrado baricentro della strategia mediatica leghista: un post al quale è arrivato immediatamente in replica il flash-mob delle Sardine, lanciando sui social la campagna “muto e vota”. Fronti opposti che vedono al centro sempre Bibbiano, dove lo scorso 23 gennaio, davanti al municipio, il Carroccio ha portato nella piazza “contesa” circa 1.500 persone, in un evento ribattezzato “Giù le mani dai bambini”: sul palco cinque genitori pronti ad accusare i servizi sociali (non solo della Val d’Enza), in una rappresentazione giustizialista del dolore contestata ad appena 230 metri di distanza, in piazza Libero Grassi, da un mare di circa tremila sardine, capitanate dal loro fondatore Mattia Santori, pronti invece a sottolineare la speculazione politica di un’inchiesta giudiziaria che, di fatto, aveva anche aperto la campagna elettorale.
MAGLIETTE E PAPEETE
È in piena estate – subito dopo la crisi di governo annunciata da Salvini da quel Papeete negato sabato scorso al movimento di Santori – che Lucia Borgonzoni espone fra le polemiche in Senato la maglietta “Parlateci di Bibbiano”, in occasione del discorso di fiducia del Conte bis. Borgonzoni all’epoca era ancora candidata in pectore, ma la macchina leghista si era già messa in moto, anche sui social attraverso la Bestia, cavalcando a colpi di hashtag la vicenda bibbianese, fino alla decisione salviniana di usare il paese della Val d’Enza come una «clava».
Le sardine
Una strategia politica fronteggiata in primo luogo dalle sardine, il movimento nato il 14 novembre portando in piazza Maggiore a Bologna più di seimila persone, proprio mentre al PalaDozza Salvini annunciava ufficialmente la candidatura della Borgonzoni, davanti a un pubblico di 5.570 persone. Un copione che – con numeri diversi – si è replicato ad ogni comizio salviniano, compresi Reggio Emilia e Castelnovo Monti, dove le sardine si sono date appuntamento serrando i ranghi di un centrosinistra più o meno disorientato, ma già riunito il 7 dicembre scorso sempre a Bologna e sempre in piazza Maggiore dallo stesso Bonaccini, in una manifestazione alla quale hanno partecipato circa diecimila persone.
Veleni
Ma Bibbiano e le Sardine non sono stati gli unici casi che hanno alimentato una campagna elettorale al veleno, fra accuse di sessismo e di scorrettezze verso gli amministratori locali, citofonate che fanno irritare governi stranieri e post social al vetriolo perfino su cani e gattini. Tra le ultime fiammate, c’è il caso Jolanda di Savoia, il Comune del Ferrarese di tremila abitanti diventato protagonista di una polemica su presunte pressioni di Bonaccini al sindaco, Paolo Pezzolato (che ha presentato un esposto) perché tre Comuni limitrofi rifiutassero di condividere con Jolanda di Savoia alcuni dipendenti. Una vicenda che ha irritato non poco Bonaccini, già finito nel mirino delle polemiche insieme ad altri esponenti Pd per le sponsorizzazioni Iren allo Juventus Stadium, in occasione delle partite della squadra bianconera.
il comitato
Attacchi quotidiani in un clima tesissimo, durato anche per tutto il giorno del voto, contribuendo in ogni caso a riportare gli elettori alle urne, segnando un ritorno dell’affluenza ai seggi dopo il record negativo del 2014, quando votò solo il 37,7% degli aventi diritto. E mentre Bonaccini continua fino a notte fonda a mantenere il silenzio, in casa centrosinistra cominciano i festeggiamenti. «Vittoria nettissima e bellissima, merito di un grande presidente», twitta Renzi, proprio mentre al comitato di Bonaccini arriva anche il padre di Lucia Borgonzoni, Giambattista, militante Pd. «Lucia? Le farò gli auguri perché è stata brava – dice il signor Borgonzoni – fu brava quando gareggiò come sindaco di Bologna e mi pare prese il 44%, bravissima ora. Mia figlia rappresenta l’anima democristiana di proposte inaccettabili». Complimenti anche alle sardine: «In questo grande mare un po’ di guizzi sardineschi fanno bene per riaggregare le forze di centrosinistra», dice Borgonzoni, che tempo fa ha deciso di prendere la tessera Pd. —
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