Gazzetta di Reggio

Reggio

Si è svegliato il neurone nostrano non esattamente rosso, ma quadro

Stefano Scansani
Si è svegliato il neurone nostrano non esattamente rosso, ma quadro

Che cosa è successo? La propaganda leghista ha causato un riflusso della memoria emiliana. Il ritrovamento del senso del buonsenso. Ma anche le Sardine invecchiano, e pensano...

5 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. La giro in un altro modo: le elezioni regionali in Emilia-Romagna sono state vinte da un dignitoso rigurgito della memoria. Un dignitoso rigurgito che non è il colpo di coda del polveroso regime comunista valpadano, ma proprio una replica di stomaco e di testa, un ritrovamento improvviso del senso del buon senso.

A forza di spingere sul vecchiume comunista persistente e affarista, satanasso rapitore di bambini a Bibbiano, le messaggerie social di Salvini hanno risvegliato neanche il centrosinistra, ma la ragionevolezza.

Va ricordato che la Lega aveva promesso di vincere, anzi stravincere. Di provocare un cambiamento di dimensioni cosmiche con ricadute governative romane.

Salvini ieri doveva citofonare a tutti, spedire tutti a casa, insediare la squadra dei liberatori in Bologna e redimere la Regione. Ha perso.

Col suo eccesso di baldanza-tracotanza, Salvini ha acceso quel neurone tutto nostrano non propriamente rosso, bensì emilianamente, reggianamente quadro, che ad un certo punto s’è squassato, ha intravisto i rischi del bullismo politico e, appunto, ha provocato il riflusso della memoria. Salvini – la responsabilità è tutta sua – a forza di parlare alle genti (al riguardo ha del talento) non ha ascoltato le genti. Esagerando, ha rimotivato l’elettorato di sinistra che era in catalessi.

La Lega, ma anche il Pd e il M5s non hanno fatto i conti per troppi mesi con memoria identitaria e appartenenza degli emiliani che per una coincidenza temporale negli ultimi giorni è coincisa con quelle trasversali o universali che sono il carburante del progressismo: la caduta dei cancelli di Auschwitz e la Lotta di Liberazione, l’anniversario della fucilazione dei Fratelli Cervi, l’ultima sortita antisemita a Mondovì (Juden Mier, qui c’è un ebreo), la ricorrenza dell’uccisione di Giulio Regeni.

Tutto ha concorso al riflusso del neurone quadro, oltre all’autolesionismo di Salvini segnato dalle sue dimissioni da ministro alla citofonata bolognese, ma anche dal buffo annusamento dei prosciutti crudi all’imitazione della esse emiliano-romagnola, dal proselitismo dei selfie al comizio dolens (la serata del dolore) a Bibbiano fino alla sua dilungata sovraesposizione rispetto alla candidata “vera”: Lucia Borgonzoni.

Ecco, la Lega non ha candidati di sostanza, il centrodestra non ha messo in campo e neanche allevato una classe dirigente per la Regione, come fu per la sfida comunale reggiana dell’anno scorso. A lungo andare la scarsità di personale all’altezza, l’insussistenza di una proposta programmatica razionale, il ricorso a simbologie sacre, mangia-e-bevi, ruspiste e abrasive, non pagano. A volte la gente riprende appunto memoria ed è in grado di discernere.

Avete notato che nelle ultime settimane Forza Nuova e Casapound erano sparite dallo scenario, stavano chiuse in un tattico silenzio? Probabilmente per non rovinare la marcia trionfale leghista, per non svegliare la radicata coscienza antifascista della gente di qua.

A Salvini non è dunque bastata l’assenza nella campagna emiliano-romagnola di quelle forze estremiste che rappresentano le aree di alimentazione della destra-destra.

Nemmeno il suo raccoglimento in preghiera a San Valentino di Castellarano davanti alla tomba del beato Rolando Rivi (seminarista ammazzato dai partigiani) ha sortito il ribaltone. È lo strumentario medievale, mistico-alimentare e anti-moderno a produrre gli insuccessi salvinisti. Perché insuccessi sono e qualcuno dovrà pagarli, anche localmente.

Per convincersi dove scava Salvini basta andare a cercare il messaggio che ha diramato ieri mattina su Twitter: “Si riparte! Chi si ferma è perduto”. E lui nella foto allegata sorride come per stemperare un peccato veniale o la solita furberia impunita (il motto è di Benito Mussolini, 14 maggio 1938). È provvidenziale il comico e scrittore bolognese Alessandro Bergonzoni nel dissolvere l’ardimento del Ventennio di ritorno: “Non sempre chi si ferma è perduto: alle volte è semplicemente arrivato”.

Proprio lo strumentario medievale, mistico-alimentare e anti-moderno della Lega ha trovato qui, in Emilia-Romagna, la risposta imprevista dello strumentario delle Sardine. Sia quel che sia, autonomo o eterodiretto da Bonaccini o dal Pd, il movimento coordinato da Mattia Santori nato in Emilia-Romagna incarna la vera opposizione, l’autentico argine mobile non tanto sui fatti quotidiani, ma sulla forma e la sostanza della propaganda leghista.

La cosiddetta Bestia, ovvero la macchina che logaritmicamente crea sui social il consenso intorno alla persona Salvini, è incappata in un fenomeno costituito da persone fisiche, prontamente reattive, giovani, sveglia-memoria sui fondamentali: democrazia, Costituzione, confronto civile, accoglienza, solidarietà, Europa. Concetti che hanno tutto un altro effetto se pretesi dai ragazzi o piuttosto che messi in fila da Zingaretti.

Le elezioni regionali in Emilia-Romagna sono state vinte dalle Sardine. Non tanto per il disturbo arrecato a qualche comizio o apericena di Salvini/Borgonzoni, ma per la risposta che da tempo era attesa sulle sortite, le provocazioni, gli incantamenti, le proposte leghiste. Ricordate: ma come, nessuno dice niente, nessuno si scandalizza, nessuno risponde, ma dov’è la sinistra? A certificare il ruolo fondamentale delle Sardine è la loro sparizione, strategica.

Quando il risultato dell’elezione si è consolidato nella notte fra domenica e lunedì, loro hanno fatto sapere che non avrebbero rilasciato dichiarazioni, fatto altre comparsate negli studi tv, festeggiamenti. Hanno lasciato il palco a Bonaccini che essendo un politico fatto da sé, che non ha avuto tra i piedi il Pd, Conte e il Movimento 5 stelle, ora può esibire la sua leadership indipendente. Anche in ambito nazionale.

Con poteri astronautici due anni fa e ora sprofondato sotto il 5 per cento, il Movimento Cinque Stelle va a morire nella terra dove è nato. Una volta si chiamava nemesi. E neanche può pretendere di dire d’avere sostenuto il candidato vincente. L’eclissi dei grillini emiliano-romagnoli permette un’analisi aritmetica sull’affluenza di domenica scorsa rispetto a quella delle Europee del 26 maggio 2019.

Se l’anno scorso era in vantaggio il centrodestra e l’altro ieri ha vinto il centrosinistra significa che qualcuno è “tornato a casa”, nella formazione che ha sostenuto Bonaccini. Ciò conferma che la radice dei pentastellati emiliano-romagnoli e più che altro reggiani era di sinistra, riformista, progressista.

E ha un bel da consolarsi e da strologare chi vede Berlusconi ancora come il peggior nemico: un risultato che indica come a sparire non è stato il Movimento 5 stelle ma Forza Italia con il 2 per cento...

Per ultimo il Pd e dintorni. Anche per questi vale l’accensione del neurone per il riflusso della memoria, affinché abbiano a mente che cosa è successo. Sono stati in angoscia per mesi, settimane e giorni e nessuno avrebbe scommesso sulla sconfitta della Lega. La catalessi, l’abbandono della piazza, le lotte intestine tra fazioni e personalismi per il potere, vanno evitati. Cinque anni volano in fretta. L’esito delle elezioni ha gridato una demagogica e pure legittima esigenza di cambiamento. E non credo che le Sardine saranno sempre pronte a intervenire dove i partiti tradizionali o le solite facce non sortirebbero effetti. Anche le Sardine invecchiano. E pensano.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google