La stampa mondiale ha invaso la città
I giornalisti di decine di emittenti e giornali internazionali ieri in città per immortalare i luoghi d’infanzia della stella
Si è svegliata così, Reggio Emilia: invasa da giornalisti televisivi di testate nazionali ed internazionali che hanno raggiunto la città per immortalare i luoghi d’infanzia del campione.
Da quando è arrivata la tragica notizia della scomparsa di Kobe Bryant, la stampa specializzata s’è subito attivati per andare alla ricerca di foto e cimeli dell’epoca: dalla Rai a Sky, dalla CNN ad Al Jazeera, passando per Mediaset, Fan Page e Bbc, la sede della Pallacanestro Reggiana ha assistito ad un via vai di inviati senza precedenti. Ed il numero è destinato ad aumentare, considerato che anche il Wall Strett Journal ha fatto pervenire in società una mail chiedendo la disponibilità del club per un servizio.
Il colosso CNN ha inoltre chiesto alla Gazzetta di Reggio di poter utilizzare il video girato in occasione del ritorno di Kobe a Reggio, il 23 luglio 2016, e ancora visionabile sul nostro sito web.
Come noto, Bryant ha infatti trascorso due anni della sua infanzia a Reggio giocando nel settore giovanile biancorosso, prima di spiccare il volo per l’Olimpo del basket.
Qui per l’esperienza in maglia Cantine Riunite del papà, ha frequentato la scuola privata San Vincenzo e ha abitato qualche mese in un appartamento in via San Nicolò, in pieno centro, prima di trasferirsi in una villetta nella più tranquilla Montecavolo.
E proprio nel campetto dove era solito cimentarsi in sfide all’ultimo canestro con gli altri coetanei, l’ex stella dei Lakers è voluto tornare nel 2016, in una sorta di visita a sorpresa agli amici di sempre.
In biancorosso Kobe Bryant fu allenato anche dal tecnico Andrea Menozzi, che lo ricorda oggi con affetto e malinconia.
«Mi sento di parlare a nome di tutti quelli che lo hanno conosciuto in quegli anni quindi gli allenatori Mauro Cantarella, Enrico Sanpietro e il compianto Doriano Chierici, che oggi non è più con noi – afferma Menozzi – Kobe era un ’78, ma avevamo deciso di farlo allenare coi ragazzi più grandi, in quanto già si vedeva che aveva potenzialità. Nessuno pensava che sarebbe però diventato un fuoriclasse, come poi è stato. Era un ragazzo talentuoso e focalizzato su quello che doveva fare: nonostante la giovane età viveva il basket in modo serio. Era vivace ma dotato di grande intelligenza. «Quando è andato in America abbiamo perso i contatto, ma mi ha fatto molto piacere rivederlo quattro anni fa nel suo blitz reggiano: è l’ultimo ricordo che ho di lui», conclude Andrea Menozzi. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
