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«Pronto a spedire 400 mascherine Là sono disperati»

Ambra Prati

Il reggiano Luca Marmiroli è in contatto con diversi amici residenti in Cina: «Il governo locale non racconta tutto»

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«Sono molto preoccupato per l’allarme coronavirus. Il governo cinese racconta meno della metà. Gli amici non mentono. Quando il tuo miglior amico, con un bimbo di 9 anni, ti scrive (in cinese, senza darsi la pena di scrivere in inglese) “tu non sai tutto, stai lì, cambia il tuo piano di lavoro”, intuisci che la situazione è più grave di quel che sembri. Persone che mi stanno a cuore sono disperate, non si trovano più mascherine: ho mandato mio figlio a comprarne 400, le stiamo imballando e le spediremo domani».

Lauro Marmiroli, 60 anni, reggiano doc, è un profondo conoscitore della Cina che frequenta da 15 anni: «Due anni fa ho anche iniziato a scrivere un libro sulla vita quotidiana in Cina, poi però mi sono arenato». Dopo più di 20 anni alla Walvoil, Marmiroli è stato assunto da un’azienda di Bologna per avviare uno stabilimento in India e uno in Cina, iniziando a fare il pendolare con l’Estremo Oriente.

Dieci anni fa la decisione di mettersi in proprio insieme al figlio, fondando la Mta (Marmiroli Technologies & Advising) di via Montefiorino a Reggio, un’azienda di consulenza industriale nei settori oleodinamica e automotive: «Ho imparato la lingua e i costumi cinesi. Basta una parola sbagliata in una riunione e vai a casa. All’inizio facevamo consulenza per le imprese italiane, ora l’80% del nostro fatturato deriva dalla consulenza per aziende cinesi che vogliono migliorare producendo con la modalità europea».

L’imprenditore è tornato a Reggio il 24 dicembre, programmando il viaggio successivo per febbraio. «A dicembre pareva tutto normale. Dopo qualche giorno ha iniziato a circolare la notizia del virus. Il volo di febbraio l’ho annullato, la famiglia è contraria, ma non posso restare lontano a lungo». Marmiroli frequenta soprattutto le città di Wenzhou, a 700 km dall’epicentro, e Waihan, in pratica «il triangolo del coronavirus insieme a Wuhan». E quando ha interpellato colleghi e amici ha percepito «una tragedia. Purtroppo i cinesi non possono scrivere apertamente, c’è un forte controllo dei social network da parte del governo. Si sono limitati a dirmi “siamo in emergenza, non venire qui”. Aziende che hanno chiuso i battenti (“un imprenditore ha detto che non riaprirà per ora”), cittadini in fuga dalle città (“due famiglie di amici si sono rifugiate una nella cittadina natale della moglie, verso le montagne, l’altra è sfollata nella città del marito”), bollettini medici foschi (“tramite WeChat mi è arrivato un lungo elenco di città cinesi con i rispettivi casi accertati, ma conoscenti mi hanno girato il bollettino di un’agenzia medica non governativa secondo la quale il picco del virus sarà tra aprile e maggio”)».

Il resto lo raccontano i video e le foto spedite dai conoscenti. «In poco tempo il mondo è cambiato. Alla festa di Capodanno, quando di solito non si passa perché vieni trascinato dalla folla, a Wanzhou le strade erano vuote e deserte: impressionante. Poiché la gente è costretta a restare in casa, nei condomini si passa il tempo a giocare a magyong (un gioco con le tessere): non avendo mascherine, la gente si riunisce con sacchetti di nylon in testa e bombole di ossigeno e gioca conciata così».

Un contagio che pone molti dubbi, secondo Marmiroli. «Non si sa quale sia la reale dimensione del fenomeno: poiché i test non bastano, si fanno verifiche solo sui casi conclamati. Né si sa qual è la possibilità di sopravvivenza dei contagiati. Intanto le merci sembrano circolare come se nulla fosse». —



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