Il sindaco di Castelnovo Monti: «Siamo arrivati all'ultima spiaggia, le Aree Interne occasione decisiva»
Enrico Bini: «Il punto nascite aperto avrebbe dato fiducia». In arrivo 28 milioni di euro: «Creare progetti, ecco la sfida»
Castelnovo monti. «Siamo all'ultima spiaggia. O riusciamo a capire come valorizzare il nostro territorio, sennò andiamocene. Ma è quello che non vogliamo fare». Enrico Bini, oltre che sindaco di Castelnovo Monti, è presidente in scadenza dell'Unione dell'Appennino Reggiano con un incarico importante, che manterrà anche dopo il fisiologico avvicendamento alla testa dell'ente: quello di referente alle Aree Interne, la progettazione multisettoriale sostenuta dal governo centrale, con fondi anche regionali, europei e da privati . «La Strategia delle Aree Interne ha proprio questa finalità: tentare di frenare lo spopolamento e invertire la tendenza. Finalmente, stiamo mettendo in campo una strategia nuova, tra l'altro siamo tra i primi in Italia e la nostra è un'esperienza pilota. Una strategia imponente che sta portando 28 milioni di euro per la scuola, la formazione, lo sviluppo locale, la mobilità, il mantenimento dei servizi».
Quali sono le principali cause dello spopolamento?
«Il lavoro. Se cerchiamo di dare loro un lavoro dignitoso, la gente resta qui. E su questo ci stiamo lavorando: il turismo, l'ambiente possono dare nuove possibilità. Mentre in campo industriale esperienze come quella dell'Electric 80 di Viano sono importantissime. Sono al margine del nostro territorio, ma assorbono tantissimi ragazzi da qui. La nostra scuola li sta formando per andare a lavorare in quelle fabbriche. Sono più di 300 quelli che vanno all'Elettric 80, o alla Landi o anche in altre aziende della Bassa. Sono i lavoratori che stanno tentando di venire a casa tutte le sere. Un tema questo che ci ricollega a quello della mobilità: se capiscono che in 40 minuti si può tornare a casa, allora possono viaggiare anche tutti i giorni. Ma ci sono attività che stanno anche richiamando i giovani: il turismo, l'accoglienza, l'agricoltura, il Parmigiano Reggiano, o colture minori come gli ovini, i prodotti del sottobosco. Le misure messe in campo dal Gal e dalle Aree Interne vanno in questa direzione: finanziamenti che permettono ai giovani uno sbocco. L'esperienza di Slow Food a Felina è positiva».
E i giovani che lasciano la montagna, dove vanno?
«Vanno a Reggio. Molti vanno all'estero. È qualcosa di positivo. L'importante è creare le condizioni affinché tornino. Vivere qui è faticoso, ma è bello».
Quali sono gli effetti dello spopolamento?
«L'abbandono provoca il dissesto idrogeologico. Questo deve preoccupare anche gli altri territori: se c'è abbandono le strade franano. È un costo sociale. Dovrebbe interessare tutti, ma non vedo tutto questo interesse».
Quanto sono importanti i servizi per evitare lo spopolamento?
«Sono fondamentali. Pensiamo alla sanità, al punto nascita. Serve per dare prospettiva. Dobbiamo convincere la gente che si può vivere in montagna, che si vive come in città, anzi che qui possono trovare quello che non si può trovare in città. Il mantenimento del punto nascita era fondamentale per donare fiducia alle persone. È quello che ho cercato di fare capire, quando è stato chiuso: è inutile che ci diate soldi, se chiudete i servizi. Sarebbe stato meglio lasciarlo aperto ancora per mettere a fuoco la situazione. Chiediamo servizi affinché i giovani rimangano. Chiudere è stata la sciocchezza più grossa».
Il tema della sanità in montagna appare cruciale.
«Ci sono problematiche legate ai medici che non ci sono. Siamo andati a Roma, al capo di gabinetto del Ministro della Salute abbiamo detto che bisogna di intervenire. I medici che vengono qui devono avere un casa, uno stipendio, la scuola per i loro figli. Non siamo una riserva indiana. Inoltre, bisogna rivedere il Pal:è ambizioso mantenere tutta la rete degli ospedali, ma se poi mancano i medici? Non vogliamo sale operatorie per tutte le malattie, ma il minimo che serve. I cittadini hanno dei diritti».
Quando è importante la scuola?
«Intanto, iniziamo col dire che ci sono 1.600 ragazzi che studiano a Castelnovo Monti. Molti arrivano da Vezzano e anche da Reggio e da fuori provincia, perché ci sono alcuni corsi specifici. Vogliamo provare ad aprire il tecnopolo dell'Appennino, che dovrebbe occuparsi di agricoltura, ambiente, turismo. Che possa richiamare gente da fuori, che vengano qui a studiare».
Quale può essere la chiave di volta?
«Bisogna cambiare la cultura di questi territori. Non siamo abituati. È normale, ma bisogna mettersi in discussione. Le fusioni dei Comuni sono sorpassate, la gente ha paura che la propria comunità venga snaturata, allora meglio la gestione associata dei servizi, governata da un'unica regia. Va fatto un lavoro di squadra. Abbiamo bisogno di essere accompagnati con le risorse. Ma non si tratta tanto di soldi quanto di creare progetti di sviluppo territoriale. Questa è la sfida, il nostro territorio ha fatto questa scommessa, ha capito che bisogna intervenire. Ci sono altri Comuni che vogliono entrare nella nostra Unione: è un buon segno, forse qualcuno sta percependo che sta avvenendo qualcosa di diverso».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
