«L’Appennino si salva solo con gli investimenti su servizi e viabilità»
I suggerimenti dei cittadini per far fronte alla crisi dell’area, non solo demografica. «Servono lavoro e incentivi alla natalità, non la chiusura del punto nascite»
REGGIO EMILIA D’accordo il calo demografico, epocale e palese ad ogni latitudine, ma per evitare la morte della Montagna occorrono investimenti rapidi e concreti, finalizzati a sviluppare i servizi – a cominciare dal punto nascita di Castelnovo Monti, non a caso indicato tra le cause della sconfitta del centrosinistra alle elezioni regionali di domenica scorsa – e a creare condizioni tali da incentivare le persone, in particolare i giovani, a restare sull’Appennino, anziché trasferirsi in pianura.
Dopo la prima puntata dell’inchiesta della Gazzetta sulla crisi dei territori appenninici – pubblicata ieri – è questa la soluzione indicata con forza dall’ondata di commenti arrivata in redazione con telefonate, mail e messaggi tramite i social network.
Oltre alle prese di posizione di politici e “addetti ai lavori”, l’inchiesta della Gazzetta ha suscitato innumerevoli prese di posizione sui social. Commenti in cui si intrecciano dati demografici e immigrazione, scelte politiche e suggestioni.
«L’intera Italia soffrirà a breve di una inedita e grandissima catastrofe demografica – afferma Davide Dal Muto –. Ogni anno, 160.000 abitanti in meno, destinati a crescere in modo esponenziale e inevitabile fino a 300.000. Se anche dovesse magicamente alzarsi la natalità, da 1,3 a 3,5 figli per donna (media), il buco generazionale di questi anni non può più essere colmato e si ripercuote per altre due generazioni, ma 3,5 è un dato assai ottimistico che non si può raggiungere e non si raggiungerà. Risultato: le città tengono, ma le aree difficili si spopolano, la montagna per prima. Rimedi? Unico rimedio a breve termine è l’accoglienza e l’inserimento di famiglie di migranti, volenti o nolenti non ci sono altre soluzioni a breve o medio termine, perché anche la (improbabile) ripresa della natalità avrà effetti solo sul lungo e lunghissimo termine».
Per Renato Borghi, «basterebbe premiare le giovani famiglie e incentivare con sussidi la natalità, e non chiudere i reparti ospedalieri. Ma noi preferiamo importarli già fatti dall’Africa, invece di aiutare le giovani coppie a far figli e restare nelle nostre montagne».
L’immigrazione è la soluzione giusta per salvare la montagna dallo spopolamento? Inevitabile l’approdo al muro contro muro ideologico. «Fra un po’ gli immigrati ci manderanno fuori a calci in c... dalla nostra bella Italia, allora sì che sarà troppo tardi». La replica dal fronte opposto: «Siamo tutti immigrati o discendenti di immigrati».
C’è chi la prende da un altro punto di vista, come Cristina Carlotta Rabaiotti: «Che ci vanno a fare gli emigrati in montagna? Non c’è lavoro. Gli immigrati, quelli dei barconi, mica ci vogliono andare là; non c’è vita, sono isolati dal mondo, vogliono le stazioni, le città». C’è chi distingue tra immigrati e immigrati. «Fermarli è impossibile, la storia lo dimostra. Meglio allora richiamarli e offrire loro pace e sicurezza, cosa che loro già accettano volentieri (penso ai siriani, agli iracheni e agli afghani)».
Per Eleonora Sassi, «i tempi sono cambiati. Anche se mi dessero un milione, non farei comunque 10 figli. Sono scelte, a prescindere dai soldi. La mentalità è cambiata».
Lucido il commento di Marcello Nizzoli: «Qui parliamo di attrattività del nostro Appennino. È vero che ci sono già molti immigrati, ma poi i figli di questi andranno inevitabilmente in città, come dicono tutti i trend mondiali. Per ripopolare un territorio bisogna sviluppare politiche di servizi pubblici efficienti ed efficaci, mobilità e viabilità moderne, banda larga. Incentivare i servizi privati di prossimità non sostituibili». Patrizia Daddoveri suggerisce di «abbassare le tasse per chi vive qui e fa impresa qui. Poi investire su certo tipo di turismo creando ciclabili, percorsi e punti dove poter trascorrere giornate con la famiglia».
Silvy Cavazzuti si chiede: «Perché noi giovani dovremmo venire in posti dove le strade per salire fanno schifo, non ci sono feste decenti e non c’è proprio molto in generale?»
Erika Farina vede «un Appennino vivo che orgogliosamente e con tanto coraggio non si arrende». Per Anna Bottazzi, «gli italiani danno sempre la colpa di tutto a tutti e mai a se stessi».
E suggerisce di sfruttare turisticamente l’Appennino reggiano, anche se «quando veniamo su in montagna, invece di coccolarci come fanno in Romagna, siete indifferenti».
Per Roberta Rigattieri «le strade sono schifose, si fa prima ad arrivare in Trentino».
Per Danila Ferrarini «la montagna è stata molto trascurata, ma comunque si sta ancora bene. Quando vengo a Reggio, non vedo l’ora di scappare». Milena Guglielmi: «Occorre portare lavoro, servono strade, servono servizi». Renato Borghi chiede una superstrada dal casello autostradale di Caprara a Castelnovo Monti: «Lo sviluppo è assicurato». Ma c’è chi gli ricorda «il traffico sulla Teem o sulla BreBeMi: quanto “sviluppo” ha portato? Al limite, una ferrovia che da Ciano passi per Castelnovo e il crinale fino alla Lunigiana».
Flavio Merola ironizza, con un’emoticon, dopo la clamorosa chiusura del reparto ospedaliero di Castelnovo Monti: «Tutte calunnie, tra un po’ rinascono i punti nascita». —
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