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«Una vittoria importante, ma c’è molto da fare Premiato il lavoro svolto, soprattutto a Reggio»

R.C.
«Una vittoria importante, ma c’è molto da fare Premiato il lavoro svolto, soprattutto a Reggio»

Intervista ad Andrea Costa, segretario provinciale del Partito democratico di Reggio, neo eletto nel consiglio regionale dell’Emilia Romagna 

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L’INTERVISTA

«Orgoglio e umiltà: adesso servono entrambi, e non sono in antitesi», sono queste le parole con cui il segretario provinciale del Partito democratico, Andrea Costa, appena eletto consigliere regionale nella lista del Pd, interviene dopo una settimana di commenti sul risultato elettorale che ha riportato Stefano Bonaccini alla guida della Regione Emilia Romagna.

«Mi spiego. Orgoglio per un partito che a Reggio arriva al 40%, a livello regionale torna ad essere solidamente primo: va riconosciuto alla comunità dei democratici, fatta di circoli, militanti, amministratori locali, volontari ai banchetti, il merito di questo risultato. Il Pd è vivo, è riconosciuto dalla gente come l’asse fondamentale su cui costruire una alternativa alla destra salviniana – dice Costa – Ma nel contempo bisogna avere umiltà: aver vinto in Emilia non risolve tutti i problemi, c’è un lavoro enorme da fare, prima culturale e poi politico, ci sono territori che vanno recuperati. E quindi orgogliosi per quello che abbiamo fatto, ma umili per affrontare il lavoro che va ancora fatto».

La vittoria va attribuita maggiormente a vostri meriti o a demerito di Matteo Salvini?

«Quello che è accaduto il 26 gennaio, sia in termini di partecipazione che di risultato, è figlio di molti fattori. Ecco perché è sbagliata la personalizzazione della vittoria. Sono stato in molte delle piazze che si sono riempite da novembre ad ora, ho respirato l’aria che le caratterizzava: c’è stata una risposta di popolo non per un simbolo, nemmeno per una persona o per alcuni candidati, quanto piuttosto per una reazione di coscienza. C’è un popolo che si è sentito aggredito sul piano dei valori, che ha deciso di muoversi per chiedere più giustizia sociale e meno odio razziale, più democrazia e meno demagogia. Tirare per la giacchetta il risultato di domenica, provando a etichettarlo, non solo significherebbe falsare la realtà, ma soprattutto offendere quel sentimento di reazione e infine sprecare una enorme occasione di ricucitura».

Ricucitura tra chi?

«Tra il centrosinistra e le piazze. E così facendo potremmo scrivere, insieme e in tanti, un progetto non a breve termine con una visione che incoraggi i giovani a crederci e i meno giovani a non sentirsi persi».

Tutto bello, quindi, però nel Pd – anche a Reggio – è una settimana che si parla di ruoli, poltrone, compreso quello di segretario provinciale: che succede?

«Siamo un partito che, fortunatamente, ha tanti profili di qualità che possono ricoprire diversi ruoli. Questa è la nostra forza, quella ricchezza di volti di donne e uomini che hanno maturato esperienze sul campo e che hanno energia da mettere a disposizione della comunità. Del resto è anche grazie a questo che poi nei territori facciamo la differenza».

Sta sorridendo: perché?

«Perché sembra passata una eternità da quando, era l’estate 2018 ed eravamo reduci dalla batosta elettorale di marzo, si dibatteva sulla fine del Pd. Poi ci sono state le primarie che hanno eletto Nicola Zingaretti segretario nazionale con quei circa due milioni di italiani che sono venuti nei gazebo e ci hanno dato una prima scossa. Subito dopo, le amministrative del 2019 in cui abbiamo stravinto grazie al nostro radicamento, poi le elezioni regionali. Tutti appuntamenti in cui, qui a Reggio, abbiamo staccato risultati che ci mettono davanti a quasi tutte le altre federazioni: e io adesso sono felice che in diversi si vogliano mettere a disposizione del Pd. È il segnale che non è vero che faceva tutto così schifo come qualcuno voleva far credere».

Cosa si aspetta per il Pd reggiano? Qual è il suo candidato preferito per la segreteria provinciale? E per la giunta regionale, chi deve entrarci?

«A me non interessa discutere di nomi e di posti, non l’ho mai fatto prima e non inizio a farlo ora: la giunta la deciderà il presidente Stefano Bonaccini. Per il Partito democratico, invece, vorrei che provasse a fare quello per cui è nato: determinare una svolta morale ed etica nel Paese, così archiviando una cultura populista e sovranista, dell’odio e della contrapposizione. E poi che favorisca l’incontro tra tanti per scrivere un nuovo patto di cittadinanza, cioè che contribuisca a generare una nuova alleanza tra le persone per superare i problemi che attanagliano il Paese».

E per le Sardine, che futuro vede?

«Il Pd deve davvero aprirsi, abbiamo davanti una opportunità straordinaria: il movimento delle Sardine non va sopravvalutato ma nemmeno sottovalutato, la coalizione larga che si è costruita per le Regionali deve generare un processo politico teso alla ricostruzione del centrosinistra. Tutto questo viene prima dei nomi dei singoli».

Sette anni alla guida del Pd reggiano: che anni sono stati?

«Intensi. Ci sono cose che non rifarei, perché nessuno è esente dagli errori. Ma vorrei anche ricordare che sono stati gli anni del processo Aemilia e degli attacchi immotivati, sguaiati, demagogici al nostro partito e al sindaco Luca Vecchi: abbiamo retto e affrontato le cose a schiena dritta, non dappertutto accade. Sono stati gli anni di due scissioni: prima l’uscita di Bersani e poi di Renzi, abbiamo retto e tenuto unita la nostra comunità, nemmeno questo era scontato. Abbiamo vinto a ogni competizione elettorale, compresa quella referendaria: non è accaduto ovunque. Ci sono state questioni amministrative che rischiavano di lacerarci dentro alle istituzioni, faccio un esempio citando il dibattito sull’acqua: il Pd ha retto e trovato la sintesi. Poi c'è stata l’inchiesta sugli affidi del 2019 e tutta la macchina del fango che ci è arrivata addosso: io dal 27 giugno sono stato una infinità di volte a Bibbiano e tra i messaggi più significativi che ho ricevuto dopo le elezioni del 26 gennaio ci sono quelli dei tanti bibbianesi che mi hanno riconosciuto impegno e vicinanza, compresa la telefonata di felicitazioni che mi ha fatto Andrea Carletti».

Però ci sono anche i problemi economici che gravano sulla federazione...

«Credo che se ne debba parlare serenamente e soprattutto con aderenza ai numeri. La festa è un capitolo, la federazione tutt’altra storia. Sulla festa c’è un deficit importante accumulato in dieci anni, che si sta gestendo e che purtroppo è comune anche ad altre kermesse di quelle dimensioni. Certo il trasloco dal Campovolo ha complicato ulteriormente le cose. La federazione ha i conti in ordine, si sono ripuliti i crediti che vantava e che non erano esigibili, si sono dimezzate le spese, il personale politico a partire dal sottoscritto ha rinunciato agli emolumenti di una volta. Certo abolizione del finanziamento pubblico, nessun trasferimento al territorio del 2 per mille che versano i cittadini, impongono una riflessione su come si può mantenere una federazione. Ma questo vale da Trento a Trapani». —

R.C.

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