Mercatone Uno, tutti assolti per il primo fallimento del 2014
Si tratta degli eredi dei fondatori, dell’ad e di un consigliere Erano accusati di bancarotta fraudolenta per distrazione I lavoratori: «Un’altra mazzata»
RUBIERA. Un’altra amarezza, un’ulteriore timore per il futuro. Pochi giorni fa il tribunale di Bologna ha assolto tutte le persone sotto processo per il fallimento del Mercatone Uno del 2014, e così oltre ventimila clienti non otterranno alcun risarcimento.
È il primo dei due fallimenti che in questi anni hanno segnato pesantemente l’attività industriale dello storico marchio di arredamento e, soprattutto, il percorso di vita professionale e personale di migliaia di dipendenti della sede produttiva e della ramificatissima rete di punti vendita presente nell’intero territorio nazionale, praticamente in ogni regione.
Il reato in ballo – discusso in rito abbreviato – era bancarotta fraudolenta per distrazione, contestato a sei persone, fra cui le eredi del fondatore del Mercatone Uno, l’imolese Romano Cenni, scomparso alcuni anni fa.
Il giudice delle udienze preliminari Domenico Truppa ha sancito l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Secondo la procura bolognese, dal 2005 al 2013 gli imputati avrebbero volutamente portato avanti alcune operazioni pensate per sottrarre fondi alle casse aziendali, e si parla di una cifra vicina ai trecento milioni di euro. Il Gup ha respinto le accuse rivolte all’ex amministratore delegato Giovanni Beccari, all’ex consigliere Ilaro Ghiselli e ai quattro eredi dei due fondatori: Elisabetta, Micaela e Susanna, figlie di Romano Cenni, e Gianluca Valentini, figlio di Luigi.
Per i lavoratori storici, quelli che da decenni fanno parte del gruppo, è l’ennesima mazzata. Dopo la crisi di inizio decennio sancita dal primo fallimento, è arrivata una lunga fase di commissariamento ministeriale – con tagli e orari ridotti – sino all’acquisizione di gran parte del Mercatone Uno, compreso il negozio di Rubiera, da parte della Shernon Holding. L’operazione, che metteva insieme diversi investitori italiani e stranieri, avrebbe dovuto rappresentare la svolta in positiva, e invece si è rivelata una seconda disavventura, conclusa con il nuovo fallimento a maggio 2019. Sulla carta, questo esito processuale non dovrebbe incidere sul destino dei 1800 dipendenti ancora inseriti nell’assetto aziendale, oggi sostenuti tramite cassa integrazione straordinaria. Molte di queste persone erano però già passate anche dal primo crac. «Per noi è un’altra botta, un’amarezza notevole, e abbiamo paura anche per il futuro. Se l’attenzione della giustizia e dello Stato è questa, noi saremo mai sostenuti? Già ci troviamo a vivere con una cassa integrazione straordinaria a cifre ridotte, il futuro cosa ci porterà?», è il commento sconsolato di alcuni dipendenti rubieresi.
«Sappiamo che sono due questioni diverse, non vogliamo discutere le decisioni del tribunale, però di sicuro queste notizie non fanno bene al nostro umore». —
Adr.Ar.
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