I parenti reggiani disperati «Era esperto e molto attento»
Parla la cugina di Giuseppe Cicciù, uno dei macchinisti del Frecciarossa deragliato «È cresciuto in una famiglia di ferrovieri e svolgeva il suo lavoro con passione»
Ha un aspetto reggiano, ricolmo di dolore e di angoscia, il tragico deragliamento del treno ad alta velocità Frecciarossa, che è costato la vita ai due esperti macchinisti.
Abitano a Reggio, infatti, alcuni parenti stretti di Giuseppe Cicciù, il macchinista morto a 52 anni a Lodi nell’incidente avvenuto sulla linea alta velocità all’altezza di Casalpusterlengo.
Si tratta di Silvestro Praticò, di 52 anni, anche lui di professione ferroviere, e della moglie Maria Flavia, residenti a Reggio. Silvestro è cugino di primo grado del macchinista morto nello schianto: il padre di Silvestro Praticò, infatti, era fratello della madre di Giuseppe Cicciù.
Racconta fra le lacrime la cugina acquisita Maria Flavia: «È davvero una brutta tragedia. Mio marito Silvestro e Giuseppe Cicciù sono cresciuti assieme fin da piccoli, entrambi originari di Reggio Calabria. I due cugini abitavano in case vicine quando erano ragazzi ed erano molto affiatati. Si volevano davvero bene». Poi i due cugini sono entrambi emigrati nel Nord Italia, ma entrambi hanno iniziato la professione di ferrovieri. «Sono stati i suoi colleghi di lavoro – continua Maria Flavia – ad avvertirci della tragedia. Siamo rimasti increduli. Appresa la notizia, mio marito è corso dalla zia a Milano, la madre di Giuseppe, Elena, per recarle conforto e per capire cosa fosse veramente accaduto. È davvero una brutta storia, questa». Viveva da anni a Cologno Monzese Giuseppe Cicciù, ma era originario di Reggio Calabria, cresciuto nel quartiere San Giorgo Extra dove tornava spesso con la madre Elena che, da tempo, si era trasferita in Lombardia. Anche le due sorelle, ormai, erano lontane dalla Calabria.
«La prevenzione è da sempre l’arma migliore», scriveva appena qualche mese fa sul suo profilo Facebook, a testimonianza della diligenza e della passione con le quali svolgeva il suo lavoro di macchinista. Un modo di concepire il lavoro che gli era stato trasferito dal padre, anche lui ferroviere.
Giuseppe lascia la moglie, originaria di Milano, e un figlio di 14 anni, oltre alla madre che lo aveva seguito in Lombardia. La sua morte lascia un vuoto incolmabile per i suoi cari e per i tantissimi amici che stanno inondando la sua bacheca Facebook con messaggi di cordoglio.
«Lavorava da tanti anni come macchinista, è stato uno dei primi sui nuovi treni dell’Alta velocità. Era una persona con grande esperienza, non certo un ragazzino, non era certo uno appena arrivato», ha detto il segretario lombardo della Fit Cisl, Giovanni Abimelech parlando di Cicciù. «È stato un nostro attivista – ha proseguito – e nostro delegato Rsu, era molto vicino alla nostra organizzazione e noi vicini a lui. Arrivava sempre con il sorriso e ce lo ricordiamo tutti». —
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