Gazzetta di Reggio

Reggio

l’intervista al neo consigliere  

«Pd indispensabile, ma da solo non basta»

Adriano Arati
«Pd indispensabile, ma da solo non basta»

Alessio Mammi, reggiano campione di preferenze: «Partito determinante contro i populismi però apriamoci alle civiche»

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Tanta fiducia diventata ora una enorme responsabilità. Reduce da un risultato elettorale notevolissimo, il neo-consigliere regionale Alessio Mammi guarda ora alla nuova avventura. Lo fa con le basi ben salde a Reggio, dove il suo partito, il Pd, dovrà affrontare molti cambiamenti. E dove il territorio ha espresso visioni ben diverse, con una spaccatura fra le aree periferiche e il cuore della provincia. Nella sua Scandiano Mammi ha fatto il pienone, ben oltre i voti politici, ottenendo praticamente un voto su tre: nella città del Boiardo 15.023 persone sono andate alle urne, e unendo i seggi comunali Mammi ha ottenuto ben 4.346 preferenze. In totale è arrivato a 15.015, secondo assoluto dopo Elly Schlein.

Mammi, quindicimila voti non sono proprio un carico da poco. Oltre alla soddisfazione, portano anche un peso?

«Sento un’enorme responsabilità per la tanta fiducia ricevuta. Penso sia il frutto di un lavoro fatto negli anni in particolar modo come sindaco a Scandiano. Ora bisogna meritarsela questa fiducia ed è la ragione per la quale da giorni sono nei mercati della provincia».

Non si è fermato?

«Non si può sparire dopo le elezioni, continuerò con umiltà a rimanere in mezzo alle persone e sul territorio. Visitando periodicamente tutti i Comuni e i distretti della provincia per incontrare cittadini, imprese, istituzioni, associazioni».

Il suo risultato era inaspettato come margine o era nell’aria la sua elezione?

«Penso che gli emiliano-romagnoli abbiano dimostrato grande maturità politica. Perché hanno partecipato in tantissimi al voto e perché non si sono fatti condizionare da chi ha cercato di trasformare la nostra Regione in un laboratorio politico contro il Governo o l’Europa. I cittadini hanno semplicemente scelto chi ritenevano il presidente migliore, per caratteristiche personali, programmi e classe dirigente che lo sosteneva. Stefano Bonaccini ha avuto un successo personale notevole se pensiamo che ha raccolto oltre 130.000 voti in più delle liste».

La campagna elettorale di novità ne ha viste tante. A mente fredda, cosa l’ha colpita?

«Naturalmente la vittoria non deriva solo da una proposta più credibile ma anche da errori commessi dalla destra. Per gli argomenti scelti, per i linguaggi e i toni spesso aggressivi. Questo ha suscitato una reazione che, partita a novembre con le Sardine, ha poi spinto tanta gente ai seggi».

Una reazione figlia della fiducia o della paura?

«L’Emilia-Romagna non è una terra da liberare da un potere oppressivo ma semplicemente da governare al meglio. Una terra nella quale la qualità della vita che abbiamo costruito deriva da una certa concezione del mondo e dei rapporti tra le persone. Siamo gente laboriosa, che vuole fare le cose bene ma che le fa insieme. Perché una società nella quale ciascuno trova la propria strada e nessuno resta indietro è una società non solo più giusta ma anche più sicura».

Questa visione ha pagato?

«Questi sono i valori che ci hanno portato fino a qui e che si è cercato di ribaltare domenica 26. Naturalmente continuare a tradurre in azioni concrete ed in politiche questi valori è la vera sfida che abbiamo davanti nei prossimi anni».

È l’eletto reggiano più votato, ed è nella maggioranza. Per lei si parla di tanti incarichi di vertice. Cosa accadrà?

«Ho ricevuto un mandato molto forte a rappresentare e servire Reggio Emilia nel migliore dei modi. Qualsiasi incarico o ruolo dovrà servire a questo. Non ho ambizioni personali anzi sono molto riconoscente per tutto quello che ho ricevuto fin ora da questa terra».

Riconoscente?

«La mia vita non sarebbe stata la stessa probabilmente, se fossi nato altrove. Provengo da una famiglia composta da un operaio e una casalinga che con fatica e impegno hanno aiutato tre figli a laurearsi. Una tipica famiglia reggiana, come tante, che ha investito tutto sul futuro dei figli. Ma quello che ho fatto finora è stato possibile perché sono cresciuto in un territorio caratterizzato da certi valori oltre che dal buon governo».

Ora è il momento di “ripagare”?

«Mi impegnerò perché anche le future generazioni abbiano queste opportunità. La politica poi per definizione è un viaggio collettivo, anche la decisione su quello che andrò a fare sarà condivisa perché dovrà servire alla comunità, non a me stesso».

Più che una vittoria, per molti questo voto è stato uno scampato pericolo. Lei come la vede?

«Dobbiamo essere coscienti che il 26 gennaio i cittadini non ci hanno dato una cambiale in bianco. Dobbiamo meritarci questa fiducia e dimostrarlo concretamente nel lavoro dei prossimi anni. Se si votasse domani per le elezioni politiche sono certo che il Pd non avrebbe lo stesso risultato, dobbiamo impegnarci a consolidarlo, evitando di darlo per scontato».

Ha tenuto il territorio, più che la politica. Da dirigente Pd, vede qualcosa da proporre anche altrove?

«Penso che quanto accaduto in Emilia-Romagna possa essere utile a livello nazionale per capire come offrire un’alternativa credibile a populismi e sovranismi. Un’alternativa capace di tenere insieme un campo di forze politiche e civiche e di tradurre i valori in politiche concrete».

Il Pd dove finisce, in questa alternativa?

«Mi pare evidente che il nostro partito sia determinante ma anche insufficiente a rappresentare tutto quello che si muove nella società e che ha valori molto vicini ai nostri. Penso alla Sardine ma anche a forze civiche, moderate o ambientaliste. Con maturità e apertura occorre relazionarsi con questi mondi e, come è stato fatto nella metà degli anni ‘90, aprirsi e includere».

Eppure, passato il voto, sembra si sia tornati ai soliti discorsi.

«Dobbiamo, promuovendo il rinnovamento delle classi dirigenti a tutti i livelli e valorizzando di più gli amministratori locali che tutti i giorni dimostrano come sia possibile tradurre gli ideali in decisioni pragmatiche. Serve un libero confronto di idee che, superando correnti o strutture senza senso, possa attrarre forze nuove e suscitare interesse anche in settori della società che ad oggi sono rimasti ai margini o sono stati diffidenti verso i partiti».

Così non si rischia di svanire nella non politica?

«Occorre poi un’identità, perché le persone ti votano se capiscono chi sei e che cosa vuoi fare».

Ma il suo partito cosa dovrebbe fare, per avere identità?

«Nel 2020 dovrebbe aprirsi una fase congressuale e penso sia l’occasione per un rinnovamento del Pd anche a Reggio Emilia. Ho conosciuto tante ragazze e ragazzi seri, preparati e competenti in questa campagna elettorale. Un grande capitale umano del quale abbiamo bisogno».

Il giorno dopo l’elezione alle 6.20 ha preso il treno insieme ai pendolari della Ciano-Reggio. Perché?

«Lo facevo da sindaco, l’ho fatto in campagna elettorale, continuerò a farlo per verificare le condizioni del trasporto pubblico locale».

A proposito di note dolenti. Eccoci qui.

«Questa penso sia una priorità assoluta, migliorare le tre linee ferroviarie con l’elettrificazione e sostituendo tutti i mezzi. Gli attuali sono vecchi e molti ritardi e disfunzioni derivano proprio da questo. La Regione ha già acquistato i nuovi, ora dobbiamo accelerarne l’utilizzo».

Dai trasporti si passa all’ambiente, no?

«L’obiettivo complessivo è quello di migliorare la qualità dell’aria nella Pianura Padana e questo non è possibile se non si investe di più sul trasporto pubblico locale. La Commissione europea investirà inoltre mille miliardi di euro in un Green new deal. Rappresenta un’opportunità straordinaria per accompagnare il sistema regionale, privato e pubblico, verso uno sviluppo più sostenibile a livello ambientale e sociale».

Questo voto lascia l’impressione di una Regione, e una provincia, apparentemente divise. Le aree rurali, il Po come l’Appennino, sempre più lontane dal resto. È vero?

«Nessun territorio di questa provincia deve sentirsi periferia. Ora servono poche parole e molti fatti per ricostruire la fiducia. Siamo una provincia policentrica e questa caratteristica deve essere valorizzata non impoverita. Non servono politiche che concentrano tutto nei grossi centri ma capaci di valorizzare le diversità territoriali che devono essere messe a sistema».

Sinora non è andata così, le direbbero in Appennino.

«Quello che accade in montagna è importante per tutta la Provincia. Un piano per la montagna deve prevedere investimenti infrastrutturali che accorcino le distanze, più fondi contro il dissesto, banda larga, agevolazioni fiscali perché redditività e costi di un’impresa di montagna son ben diversi dal resto, e servizi alla persona».

E il sempiterno tema del punto nascite?

«Bonaccini ha già ribadito in più occasioni la disponibilità a riaprire il punto nascite con le opportune modifiche normative nazionali necessarie. Dobbiamo però affrontare anche il grosso problema dei professionisti. Come dicevo prima, deve essere una priorità assoluta assumere personale, sennò ci troveremo in grossa crisi non solo per i punti nascite ma anche per altri reparti». —



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