Enzo Ferrari era già pronto ad aprire l’azienda alle Reggiane
A fargli cambiare idea, il prestito da un milione di lire concesso dal Banco dei Santi di Modena
REGGIO EMILIA Che Enzo Ferrari fosse un abile imprenditore e stratega è cosa ormai nota. In pochi, però, sanno che avesse nel cuore Reggio, per un progetto importante rivolto alle Reggiane. La storia di questa opportunità che non si è mai concretizzata, merita però una premessa.
Il futuro Drake di Maranello, fonda la società anonima Scuderia Ferrari il 16 novembre del 1929 a Modena creando un brand che fino al 1937 gestirà solo vetture Alfa Romeo. Con il marchio del Biscione, Enzo Ferrari vincerà tutto quello che c’era da vincere, avendo a disposizione i migliori ingegneri e le tecnologie più all’avanguardia dell’epoca. Nel 1938, la crisi pre-bellica e l’arrivo delle leghe leggere realizzate dai tedeschi, tolgono spazio all’Alfa Romeo che di fatto scompare dai vertici delle classifiche automobilistiche, lasciando spazio a Mercedes e Auto Union. Ferrari capisce per primo che serve qualcosa di nuovo e “rompe” con la casa di Arese, ricevendo come buonuscita un vincolo a non realizzare vetture con il proprio nome per almeno cinque anni.
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Ma il commendatore – titolo cui teneva in modo particolare, ricevuto dopo aver vinto, da pilota, la Coppa Acerbo nel 1926 – non si diede per vinto a fondò l’Auto Avio Costruzioni, marchio con il quale realizzò solo due vetture, le famose 815 che presero il via alla Mille Miglia del 1940. La guerra obbligò il mondo e fermarsi, ma Ferrari non stette con le mani in mano e nel 1947 fondò, a Maranello, la Scuderia Ferrari che tutti conosciamo.
In questo momento storico, entrano in gioco le Reggiane. Nell’impresa di casa nostra, conosciuta a quei tempi come grande produttrice di aerei caccia da combattimento, treni, vagoni, locomotive, macchine per il settore alimentare e le gru più grandi del mondo, erano impiegati giocoforza i migliori ingegneri. E proprio questi avevano compreso che, alla fine della guerra, si doveva convertire la produzione in qualcosa che nulla avesse a che fare con l’impiego bellico dei manufatti. Tra questi, Antonio Alessio, direttore generale delle Reggiane che vennero distrutte quasi completamente dai bombardamenti del gennaio 1944. Alessio diede mandato di costruire l’auto per il popolo: l’idea era già stata realizzata da Benito Mussolini con la Fiat 500 “Topolino” e poi da Adolf Hitler con la Volkswagen “Maggiolino”. Ma quella che si doveva realizzare a Reggio, doveva essere veramente di dimensioni contenute, leggera, dalle buone prestazioni e con una bassa potenza tassabile, insieme ovviamente a un design elegante e a un'indole sportiva. I pezzi di ricambio non mancavano, vista la grande dispersione di carcasse metalliche sparse lungo l’italico stivale. Ma alle Reggiane, seppur ricche di esperienza, mancavano solo una cosa: i soldi per realizzare quella vettura. Alessio non ricevette gli aiuti economici necessari e i progetti di ben due vetture, una quattro posti realizzata per metà e una coupé solo progettata, furono abbandonati e rimasero irrealizzati.
La fine della Guerra, portò poi Alessio a lasciare le Reggiane, per finire (scherzi del destino) all’Alfa Romeo dove formò un team in grado di realizzare le vetture che vinceranno i primi due titoli del mondo. Se ne andarono anche l’ingegnere toscano Aurelio Lampredi e i tecnici reggiani Rocchi e Salvarani, i quali furono assunti da Ferrari per progettare trasmissioni e motori che contribuirono alla conquista del primo mondiale di Formula 1 della Ferrari nel 1952 e a numerosi successi in Formula 1 delle vetture del Cavallino rampante.
Enzo Ferrari, non era arrivato a quei nomi per caso. Prima di aprire la sua azienda a Maranello, infatti, il Drake era venuto a conoscenza del progetto della vettura delle Reggiane ed era interessato a conoscerne i dettagli, così come, per motivi di opportunità, avrebbe voluto acquistare l’intera area rasa al suolo dai bombardamenti, sfruttando poi il Campovolo come pista di prova delle vetture da competizione.
Quando l’accordo stava per essere sancito, Ferrari venne contattato da Giuseppe Casoli, direttore del Banco San Geminiano e San Prospero di Modena, che gli rispose come il prestito da un milione di lire che aveva richiesto da mesi, gli era stato concesso. Si narra che, dopo aver pianto di commozione visto che nessuno gli dava credito e rischiava di dover interrompere il suo sogno di fondare la Scuderia, decise che avrebbe onorato la sua città, aprendo la fabbrica a Maranello a spese di Reggio. Da allora, in ogni sede della Ferrari, esiste uno sportello bancario di quella banca, ora fusa con altri istituti, in segno di riconoscenza e fedeltà.
Ma quella telefonata, fece naufragare il grande sogno delle Reggiane e della nostra città, che avrebbe potuto essere la capitale mondiale dell’automobilismo. —
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