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Ma in Emilia-Romagna ha vinto una sconfitta

Leonardo teggi
Ma in Emilia-Romagna ha vinto una sconfitta

È stata una scelta collettiva conservatrice, dettata da una rispettabile tradizione Motori: la campagna personale di Bonaccini, le Sardine, la prima frenata di Salvini

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Leonardo teggi

Le ragioni che mi portano a scrivere sono tutte di ordine squisitamente politico, quindi, per così dire, discrezionali e opinabili. In breve, si tratta di una sparuta riflessione a caldo intorno alle elezioni appena svoltesi in Emilia Romagna e, di conseguenza, inerenti anche la situazione della sinistra italiana e del Partito Democratico che, a suo dire, ancora si colloca all’interno di questa categoria, dall’autorevole sapore novecentesco. Partendo da un elemento positivo, Matteo Salvini, per la prima volta da ormai lunga data, ha perso. La scia di numerosi successi elettorali si è interrotta. Da ciò, tuttavia, non possiamo sapere se il consenso che indubbiamente ha attratto su sé stesso in questi anni possa dirsi seriamente scalfito da tale evento. Francamente, ne dubito.

MERITI

Ora, mi chiedo (e lo chiedo anche a tutti coloro che da tale sconfitta hanno tratto anche una qualche minima soddisfazione) a chi possiamo attribuire meriti per quanto accaduto? Sinceramente, non credo possa rivestirsi il partito democratico di quest’onore. Ritengo, infatti, che in Emilia Romagna abbia vinto, sostanzialmente, una sconfitta: quella di Matteo Salvini, per l’appunto.

Molto schiettamente, il presidente Bonaccini ha promosso una campagna elettorale basata più sulla sua immagine e sul vanto, direi tutto sommato giusto e per me condivisibile, dei suoi meriti da amministratore che sull’appartenenza al Partito democratico. Il movimento delle cosiddette “sardine”, che personalmente non disdegno affatto, ha preso massicciamente parte al contesto elettorale dando forma (e, se vogliamo, anche un po’ autocoscienza e unità) a un comune e diffuso malcontento tra le persone nei confronti del modo e dei toni impiegati dalla destra a guida “salviniana”.

Una speciale menzione, inoltre, la riservo in linea generale al popolo emiliano-romagnolo che ha saputo organizzare liste elettorali a sostegno del centro-sinistra dirimenti per la vittoria e che, in ogni caso, da popolo di veri e seri lavoratori non si fida di beceri spot o post sui social network, semplicistici e velleitari, quando si tratta di governare una Regione. Per come la vedo io, è stata sicuramente una scelta collettiva conservatrice, dettata più che altro da una rispettabile tradizione.

SBANDIERANO

Tanto premesso, mi viene da sorridere quando guardo trasmissioni televisive o leggo articoli di giornali nei quali esponenti politici di portata nazionale del Partito democratico sbandierano e rivendicano l’Emilia Romagna come una loro vittoria. Sì certo, il Pd è stato, per pochissimo, il partito più votato in regione, ma non sarei così convinto che questo risultato possa con certezza annoverarsi tra i sicuri meriti da auto-attribuirsi. Per carità, so benissimo che alla sfida elettorale emiliano-romagnola si è legittimamente affidato un peso di rilievo nazionale, tuttavia non sono così certo di chi ne sia uscito realmente vincitore.

Il Pd è un partito che non apprezzo, eppure che lo si voglia o meno, costituisce la fondamentale compagine politica dell’area di sinistra - per lo meno da un punto di vista meramente quantitativo, di numeri – e per tale ragione non può essere banalmente condannato come partito solo ormai d’élite e, di conseguenza, abbandonato dalle persone che si sentono ancora di appartenere a un’area politica di sinistra. Molto brevemente, pur non essendo un sincero e convinto elettore del Pd, al contempo non faccio parte di coloro che, da sinistra, lo disdegnano e lo accusano costantemente tentando di mostrare tutti gli errori fatti in passato e quelli ancora presenti. Il mio intento è solo quello di gettare nel dibattito alcuni consigli a chi dirige questo partito.

In primo luogo, credo sia completamente fuorviante continuare a interrogarsi su “cosa pensa la gente che vota Salvini”, il dibattito su questo punto pecca, a parer mio, di un eccesso di pensiero, per così dire. Bisogna partire dall’evidenza dei fatti, Salvini (e la destra che guida) ha consenso. Le ragioni per cui i cittadini votano per questa parte politica sono le più diverse e, per di più, difficilmente sintetizzabili in una teoria pseudo-antropologica “da bar” su come sia fatta la mente del cosiddetto elettore medio; occupiamoci, piuttosto, di fare proposte. Sotto altro aspetto, bisognerebbe evitare di costruire campagne elettorali che, in fondo, scimmiottano la tattica dell’avversario, per esempio evitando di farsi selfie da pubblicare su Instagram, magari unendo una vaga ed insulsa didascalia-spot sul “bene dell’Italia”.

Molto più semplicemente, credo che il Pd debba essere autenticamente partito, cioè prendere parte. Questo significa innanzitutto che bisogna lanciare nel dibattito temi specifici verso cui catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica, (quasi) costringendola ad esprimersi sui temi proposti.

RUOLO SOCCOMBENTE

Ho la percezione che la sinistra e il Pd non stiano facendo altro, da anni, che intromettersi in discorsi e tematiche poste da altri, cercando di darsi un ruolo e un tono sostanzialmente soccombenti e mimetici. Sembra che si voglia seguire un percorso già tracciato, senza assumersi la responsabilità e anche il rischio di tracciarlo in prima persona. Credo che il discorso e i comportamenti vadano guidati, questo fa un partito, senza nessuna paura di confliggere con altri partiti o opinioni.

Ad esempio, perché non invocare con coraggio la vocazione e l’inevitabile prospettiva internazionalista della sinistra? Questo deve essere il presupposto da cui ogni tema deve discendere. Il mondo di oggi è davvero Uno e non si può ignorare, da nessun punto di vista, quanto accade dall’altra parte del globo senza risultare politicamente miopi. A dimostrazione di ciò, basti sottolineare che in queste ore le coscienze e i gruppi WhatsApp dei cittadini di Reggio Emilia e provincia sono agitati molto più dalle possibili sorti del coronavirus che dalle attuali discussioni in Parlamento.

PAESE EUROPA

A questo deve aggiungersi che, nel nostro periodo storico, a me sembra si sia sviluppata una radicale polarizzazione del senso di apparenza: alcune persone si sentono veramente cittadine del mondo, mentre altre si sentono cittadine solo della frazione o località in cui abitano e di cui parlano perfettamente il dialetto del luogo. Ecco, un serio ed interessante punto di vista di sinistra ben potrebbe essere quello che mostra la miopia e l’astrattezza di entrambe le posizioni, cercando di proporre una sintesi efficace che non sta nel sottolineare che comunque “tu sei italiano”, bensì nel dimostrare che “tu sei europeo”!

Sull’Europa, infatti, qual è la posizione della sinistra? Sinceramente, non saprei. Io sono fortemente europeista, come si dice, non intendo rinunciare alla mia cittadinanza sovranazionale che forse in tanti ancora non sanno di avere. Certo, questa Europa è problematica, ma allora perché non parlarne seriamente da sinistra ponendo il tema, per esempio, di una possibile unione di parti del debito pubblico dei singoli stati facenti parti dell’Unione? Creando, cioè, un unico debito pubblico comune e quindi un vero governo europeo? Già i costituzionalisti americani, d’altronde, dicevano saggiamente che “prima si mette insieme il portafoglio e poi il cuore” e quell’esperimento di stato federale ha funzionato e, ad oggi, non sembra affatto in crisi. Quindi, se abbiamo realmente l’obiettivo di crearne uno simile nel vecchio continente perché non parlarne per davvero e con coraggio, magari chiedendo a Salvini stesso di darci la sua opinione su questo punto?

Sempre sull’Europa, mi chiedo, perché la sinistra o il Pd non incentivano con forza la creazione di un autentico esercito europeo? Certo, la parola “esercito” conduce immediatamente le menti di tutti a pensare alla guerra, ovvero la parte peggiore dell’essere umano. Ma con tale proposta non si tratta affatto di sostenere la necessità dello scontro bellico, molto più semplicemente si cerca solo di rispettare una regola fondamentale: la politica estera determina quella interna e, senza un unico esercito, non è credibile che uno stato (o un agglomerato di stati qual è l’Europa di oggi) abbia realisticamente la possibilità di prospettare un fronte comune dinanzi al resto del Mondo.

Ancora, poi, perché non parlare per davvero dei sindacati di oggi? Per quanto mi riguarda, se fossi il dirigente di un partito di sinistra, mi impegnerei in un proficuo dialogo con le storiche associazioni dei lavoratori per dirgli che nel mondo di oggi non possono reggere senza una reale prospettiva europea. Molto volentieri direi a un Landini di turno “carissimo, sai che tu continui a tutelare un gruppo di iscritti al tuo sindacato, magari usando anche paroloni forti, senza accorgerti che tendenzialmente i tuoi interlocutori sono in prevalenza dei pensionati?!”.

MONDO DEL LAVORO

La sinistra o il Pd, infatti, non sembrano realmente coscienti di come sia articolato il mondo del lavoro. In breve, si continua a proporre soluzioni di sintesi sul mondo del lavoro del tutto prive di analisi circa la sua reale connotazione, basti pensare alle migliaia di partite Iva finte che servono solo a mascherare quello che un tempo era il semplice lavoro dipendente. Per dirla in maniera caninamente nostalgica, credo manchi completamente una analisi della composizione organica del capitale. Per me l’importante era, in primo luogo, ricordare a tutti che la politica è la forma più alta di etica umana e, secondariamente, dire alla sinistra italiana e al PD: carissimi a questo punto “Hic Rhodus, Hic salta” mostraci le tue affermazioni, qua e subito). —

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