Gazzetta di Reggio

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Strage di Bologna, nel mirino Bellini «Agì con i Nar, Gelli come mandante»

Tiziano Soresina

La Procura generale notifica la conclusione delle indagini. Oltre alla Primula nera, altri tre vanno verso il processo

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Nel clamoroso fine-indagini della Procura generale di Bologna sulla strage del 2 agosto 1980 troviamo cupi mandanti (loggia massonica, pezzi dello Stato) ed esecutori (di cui quattro già finiti sotto processo) legati all’estremismo nero.

E per gli inquirenti chi ebbe parecchio a che fare con la bomba (l’esplosione causò 85 morti e oltre 150 feriti) fu il killer reggiano ora 66enne Paolo Bellini, ex di Avanguardia nazionale. Avrebbe agito con altri quattro esecutori “neri” (Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Giorgio Cavallini) ma non solo, visto che nell’avviso di conclusione delle indagini si legge “con altre persone da identificare” (il che lascia aperti spazi di ulteriori accertamenti). Bellini nel mirino come esecutore materiale, in contatto con personaggi inquietanti – già tutti deceduti – come i vertici della loggia p2, Licio Gelli e Umberto Ortolani (in qualità di mandanti-finanziatori), Federico Umberto D’Amato (considerato mandante-organizzatore, fu direttore dell’ufficio Affari riservati del Viminale) e Mario Tedeschi (indicato come organizzatore, era stato senatore del Msi e piduista). E sempre dall’atto di chiusura-indagini si desume che per gli inquirenti vi fu una preparazione della strage nel febbraio 1979 in una località imprecisata. Oltre a Bellini, vanno verso il processo altre tre persone. Il 90enne Quintino Spella, ex dirigente del Sisde di Padova (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica) che è accusato di depistaggio. Gli investigatori dicono che ha “negato il vero” sostenendo di non avere mai incontrato nell’estate 1980 il magistrato di sorveglianza Giovanni Tamburino, che gli aveva detto quanto appreso dal detenuto Vettore Presilio: «La preparazione di un attentato di notevole gravità, la cui notizia avrebbe riempito le pagine dei giornali di tutto il mondo». Ritenuto un depistatore pure Piergiorgio Segatel, ex investigatore dei carabinieri di Genova: ha negato (secondo i magistrati mentendo) di aver fatto visita alla moglie di Mauro Meli, esponente di Ordine Nuovo, e di averle riferito di essere a conoscenza che “la destra stava preparando qualcosa di veramente grosso”, chiedendole “di riprendere i contatti con l’ambiente del Msi di Genova e, soprattutto, con i vecchi amici di suo marito per cercare di capire cosa fosse in preparazione”. Il quarto indagato è Domenico Catracchia 75 anni, nei guai per false informazioni ai pm. Il suo nome è legato a via Gradoli, la strada di Roma nota per il covo delle Br nel sequestro di Aldo Moro. In quella strada anche i Nar avevano due covi, nel 1981. Appartamenti usati dai terroristi erano riconducibili a società immobiliari e a figure legate ai servizi segreti deviati. Catracchia è accusato di reticenza: non ha spiegato il motivo per cui il dirigente del Sisde Vincenzo Parisi si servisse della sua agenzia immobiliare. L’avviso di fine indagini è firmato dai pm Nicola Proto e Umberto Palma e dall’avvocato generale Alberto Candi. L’inchiesta partì da una corposa memoria presentata dai legali dell’Associazione dei familiari delle vittime del 2 Agosto. —



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