Appello di Aemilia, a sorpresa Brescia attacca un giudice e vuole ricusarlo: «È incompatibile»
La mossa tramite l’avvocato Viscomi sul finire dell’udienza: «Silvestrini già giudicò l’imputato per la lettera al sindaco»
REGGIO EMILIA. Il veleno sta nella coda della prima udienza del maxiprocesso d’appello di Aemilia. Tutti si sono infatti già alzati nell’aula-bunker del carcere della Dozza di Bologna pensando che la prima “tappa” fosse finita poco dopo mezzogiorno, quando si alza la mano di un difensore per chiedere la parola.
È l’avvocato Gregorio Viscomi, difensore di Pasquale Brescia, cioè uno degli imputati di primo piano di questo storico procedimento contro la ’ndrangheta in Emilia. E il difensore invita un componente del collegio (il giudice Giuditta Silvestrini) ad astenersi dal giudicare il suo assistito, lasciando anche intendere che presenterà un’istanza di ricusazione del magistrato giudicante finito nel suo mirino.
L’avvocato Viscomi parla praticamente sotto gli occhi di Brescia – è uno dei pochi detenuti presenti nelle “gabbie” – ed entra nella motivazione di questa sua “mossa”, cioè la causa a suo parere d’incompatibilità. «Il giudice Silvestrini ha fatto parte della Corte che in Appello ha condannato Brescia per l’invio di una lettera al sindaco di Reggio Emilia – spiega – ritenendo intimidatorio, minaccioso, il contenuto di quella lettera, evincendolo dalla condanna nel primo grado di Aemilia del mio assistito per associazione mafiosa, accusa in cui è contenuto anche l’invio di quella missiva.
Insomma, si dà per provato che Brescia faccia parte dell’associazione mafiosa, cosa che invece dovrà essere valutata in questo secondo grado di giudizio». Per la difesa nella condanna del 18 aprile 2019 sulla lettera, si sarebbe attinto alla precedente decisione di primo grado di Aemilia del 31 ottobre 2018.
E adesso cosa succederà? Sulla richiesta d’astensione del giudice la Corte – come ha precisato il presidente Alberto Pederiali – s’esprimerà nell’udienza del 20 febbraio, ma con pendente la ventilata istanza di ricusazione (poi depositata dall’avvocato Viscomi nel giro di un’ora) la situazione diventa più complessa, in quanto deciderà una sezione della Corte d’appello a cui non appartiene il giudice Silvestrini.
In precedenza, una bella fetta di mattinata è stata dedicata all’impostazione che si vuole dare al processo e il presidente Pederiali propone un «frazionamento della discussione», invitando a stilare un calendario delle udienze mirate su un imputato o un gruppo di imputati, oppure su specifiche imputazioni. E viene indicata un’udienza-tipo, in cui ad una relazione introduttiva generale della Corte farebbe seguito la requisitoria dell’accusa, l’arringa della parte civile ed infine l’arringa difensiva. Proposta che accende subito un dibattito da cui escono diversi punti di vista e specificazioni.
L’accusa – dice il sostituto pg Lucia Musti – si rende disponibile a frazionare la requisitoria, ma senza depositare memorie scritte, e valuterà quanto proporranno i difensori. Più dubbiosi gli avvocati perché trovare un accordo e stilare una scaletta non sarà facile, fra l’altro ieri erano presenti solo quelli di parte civile (una trentina) e i difensori dei 24 imputati accusati di associazione mafiosa e che hanno optato per il rito abbreviato. Numero limitato, eppure già regna l’incertezza.
E visto che solo nella prossima udienza del 19 febbraio “sbarcherà” nell’aula-bunker il grosso dei difensori (cioè quelli che tutelano i 120 imputati che saranno giudicati con rito ordinario), non è difficile prevedere che sarà complicato trovare un’intesa. L’obiettivo della Corte sarebbe di smaltire le questioni preliminari il 20 febbraio – con riunione dei due riti – per poi entrare nel vivo delle «discussioni frazionate» dal 3 marzo.
È anche emerso che dal carcere Palmo Vertinelli – un altro imputato “eccellente” – nel luglio scorso ha nominato un secondo difensore (l’avvocato Luigi Scollo, collega di studio del professor Gaetano Pecorella che rimane il difensore storico di Vertinelli), ma al nuovo legale non è mai arrivato l’avviso di deposito della sentenza di primo grado nè l’avviso del decreto di citazione a giudizio, quindi gli sono stati concessi dalla Corte – come previsto per legge – 45 giorni di tempo per poter presentare i suoi motivi d’impugnazione. Stralciata, perciò, la posizione di Vertinelli: sarà affrontata solo dall’udienza del 9 aprile.
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