Municipale, ricorso contro il licenziamento
Lo hanno presentato gli ex agenti Caggiati, Fabbiani e Pallai. L’Unione dei Comuni mette in conto possibili spese legali
L’ex comandante della polizia municipale Cristina Caggiati, travolta dallo scandalo che ha decapitato i vertici del Corpo dell’Unione Val d’Enza, ha presentato ricorso contro il licenziamento ed è già comparsa davanti al giudice del lavoro.
Anche l’ex vicecomandante Tito Fabbiani e la compagna agente Annalisa Pallai hanno aperto un contenzioso di lavoro, non ancora approdato in aula, ma già notificato all’Unione Val d’Enza. Non a caso martedì scorso il presidente dell’Unione, nonché sindaco di San Polo, Franco Palù (non in carica all’epoca dei fatti) ha annunciato in conferenza dei capigruppo che, per precauzione, sono stati previsti prelievi dal fondo di riserva per future spese legali.
Nell’estate del 2018 l’indagine, condotta dai carabinieri e coordinata dal pm Valentina Salvi, ha scoperchiato una gestione a dir poco disinvolta da parte di Fabbiani, che avrebbe spadroneggiato all’interno del comando, soprannominato ironicamente “casa Fabbiani”.
Nel dicembre 2018 è arrivata dalla Procura la richiesta di rinvio a giudizio di Fabbiani (ritenuto dall’accusa al centro degli illeciti e accusato di induzione indebita a dare o promettere utilità, abuso d’ufficio, truffa e maltrattamenti), di Pallai (per truffa) e del comandante Cristina Caggiati, per abuso d’ufficio in concorso e omessa denuncia (per aver autorizzato l’acquisto dell’auto di servizio, la Mazda, usata invece dalla coppia).
I tre indagati, dopo un periodo di sospensione dal servizio, nella primavera 2019 sono stati licenziati dall’Unione, costituitasi parte civile nel penale. Per Caggiati una quindicina di giorni fa si è svolta la prima udienza davanti al giudice del lavoro Maria Rita Serri.
«Si è trattato di una seduta interlocutoria, senza entrare nel merito – ha dichiarato il difensore dell’ex comandante, l’avvocato Aniello Schettino –. A nostro avviso il licenziamento è illegittimo e insussistente. È alquanto singolare licenziare un dipendente pubblico sulla base di un procedimento penale senza nemmeno attendere l’esito di quest’ultimo. Già all’epoca del provvedimento disciplinare io avevo chiesto di sospenderlo, in attesa degli sviluppi». Secondo il difensore, Caggiati è molto provata dalla forzata inattività. «La mia cliente non può prestare servizio altrove perché si tratta di reati contro la pubblica amministrazione».
Di parere opposto l’avvocato Guglielmo Saporito, che difende l’Unione nel contenzioso civile: «Non è necessario attendere l’esito penale per licenziare. L’amministrazione ha ritenuto di procedere sulla base degli atti a sua conoscenza, tenendo presente che un giudice ha ritenuto incompatibile la presenza degli indagati in ufficio».
Durante la seduta interlocutoria secondo il legale «si è preso atto di una notevolissima mole di materiale acquisito dal penale e della necessità di dare peso a quanto emergerà in dibattimento». Significa che ciascuna controparte cercherà di inserire e volgere a proprio favore gli elementi che via via emergeranno, in particolare le testimonianze.
Occhi puntati quindi sulla prossima udienza penale (l’8 aprile), mentre la data per la causa di lavoro è fissata al 29 settembre.
Saporito ha preannunciato l’intenzione dell’Unione di resistere in giudizio «per una questione di coerenza rispetto alla quantità di circostanze». Nel frattempo «è vero che gli indagati non possono indossare la divisa, ma percepiscono un’indennità alimentare fornita dall’ex datore di lavoro», cioè dall’Unione. —
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