Nominato un collegio di esperti per la morte del piccolo Carlo
Il bimbo di 2 anni morì dopo avere bevuto della soda caustica nel bar dei genitori. Il giudice chiede una ulteriore perizia per valutare le conseguenze della sostanza
SAN MARTINO IN RIO. Super esperti, con tutta probabilità del Centro antiveleni di Milano, chiamati a cercare di sbrogliare la matassa relativa a Carlo Russo, il bimbo di 2 anni che il 25 agosto 2015 bevve un sorso di detergente nel bar dei genitori, morendo dopo giorni di agonia all’ospedale. E’ quanto ha deciso il giudice monocratico Sarah Iusto che ieri, in una udienza che si è risolta nella lettura dell’ordinanza, ha deciso di affidare a un collegio peritale il supplemento di perizia per valutare se l’idrossido di potassio (cioè la soda caustica) ingerito dal bambino può avere un nesso causale con la morte. Per questa drammatica vicenda, che vede impegnati i pm Giacomo Forte e Giulia Stignani, sono a giudizio la madre Giusy (all’anagrafe Maria) Cataldo, nella duplice veste di imputata per l’omessa custodia e concorso in omicidio colposo (come imputata è difesa dall’avvocato Alessandro Conti, come parte civile dal legale Alessandro Carrara) e 4 medici della Rianimazione del Santa Maria (Manuela Salsi, Roberto Martini, Rossana Buono e Claudia Barbieri) accusati di omicidio colposo (difesi dagli avvocati Franco Mazza e Roberto Bassi). Si sono costituiti parte civile anche la nonna materna di Carletto, Filippa Cataldo, lo zio Gianluca Salvatore Cataldo (tramite l’avvocato Nicola Gualdi) e il nonno Giuseppe Cataldo (tutelato dal legale Nicola Tria).
Da tempo si contrappongono due linee di pensiero: quella della pubblica accusa e delle parti civili, secondo cui a uccidere il bambino è stata la somministrazione eccessiva di un farmaco anestetico (il Propofol) sconsigliato in età pediatrica; quella della difesa, secondo la quale la morte è stata provocata dall’intossicazione progressiva e lenta degli organi interni dovuta all’ingestione della sostanza caustica che, alla fine, avrebbe provocato la fatale aritmia maligna pericardica. Tesi già esposte dalle controparti a suon di perizie e controperizie, evidentemente ritenute non risolutive dal giudice, che nella precedente udienza aveva dichiarato la volontà di un ulteriore approfondimento, provocando le urla dei famigliari («è una vergogna») che vedono allungarsi i tempi.
Anche la seduta interlocutoria di ieri, in assenza di parenti e imputati, è stata letta in modo diverso dalle parti, d’accordo solo nel valutare positivamente l’ulteriore accertamento. Secondo l’avvocato Mazza, difensore dei medici, «si è stabilito che il Propofol non è stato determinante; se dovesse essere confermato che l’idrossido di potassio possa aver causato, o concausato, la morte, a quel punto ci sarebbe una responsabilità della madre. Il giudice ha voluto togliersi questo sassolino di dubbio prima di decidere». Di diverso avviso le parti civili. «La questione del Propofol è stata spremuta, più che archiviata, visto il contrasto netto tra i periti dell’accusa e della difesa sulla sindrome da Propofol», ha dichiarato l’avvocato Tria. «Le risposte del perito del tribunale non ci hanno soddisfatto; poiché la causa è ancora da accertare, ben venga l’approfondimento», ha detto l’avvocato Gualdi. I superperiti, che avranno bisogno di mesi per svolgere l’incarico, saranno nominati nella prossima udienza del 20 marzo. —
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