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la prima udienza nel carcere della dozza 

Alcuni detenuti videocollegati si lamentano: «Non si sente»

T.S.
Alcuni detenuti videocollegati si lamentano: «Non si sente»

Solo quattro gli imputati dentro le “gabbie” e l’intera struttura risulta ben presidiata da carabinieri e polizia penitenziaria

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INVIATO A BOLOGNA. Massima attenzione e verifiche accurate nel giorno del debutto a Bologna del maxiprocesso d’appello di Aemilia.

Del resto siamo in un carcere complesso come la Dozza e deve essere presa ogni precauzione prima che si acceda all’aula-bunker che si trova al suo interno.

LE PRECAUZIONI

Primo controllo all’ingresso da parte della polizia penitenziaria, gentilmente arriva l’indicazione del parcheggio, poi ci si incammina a piedi su un pedonale delimitato in entrambi i lati da un’alta recinzione. Tira aria un po’ oppressiva, ma non poteva essere diversamente.

Alla fine del tracciato si entra nella struttura carceraria vera e propria. Nuovo controllo dei documenti ed essendo la prima udienza con rito abbreviato, quindi in camera di consiglio, i giornalisti – peraltro pochi presenti, solo cinque – compilano la necessaria autorizzazione. L’ultimo passaggio è al metal detector. Tutto fila liscio, non c’è tensione. Non vi sono familiari degli imputati, essendo l’udienza in camera di consiglio.

L’aula-bunker, dalle pareti tinteggiate color avorio, è più piccola di quella allestita nel nostro palazzo di giustizia ed avendo utilizzato diversi arredi “reggiani” appare come una struttura in miniatura di quella che per 195 udienze aveva accolto il primo grado del maxiprocesso. Parecchia la sorveglianza, alla polizia penitenziaria sono affiancati dei carabinieri.

DETENUTI E MONITOR

Pochi i detenuti nelle “gabbie”, solo quattro, cioè quelli ristretti nel carcere bolognese. L’unico da solo è Maurizio Cavedo. Sono tranquilli, ridono fra loro, cercano spesso con gli occhi i rispettivi difensori per capire come si evolve l’udienza. Per tutti gli altri detenuti è previsto il videocollegamento dalle strutture sparse per l’Italia dove sono imprigionati. Sui quattro monitor presenti nell’aula-bunker compaiono pian piano tutti, perlomeno quelli collegati, perché con il rito abbreviato va fatta la richiesta, non è automatico, quindi alcuni sono rimasti escluso.

A metà mattinata alcuni dei collegati chiedono di fare dichiarazioni e il ritornello è sempre quello: «Non si riesce a seguire bene l’udienza, la voce va e viene. Continuare così è assurdo!». Lamentele che presuppongono la richiesta di poter essere trasferiti alla Dozza ed essere fisicamente presenti in aula. Difficilmente saranno accontentati, probabilmente si interverrà per migliorare il videocollegamento. —

T.S.

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