Viaggio della Memoria, studenti in visita a Sachsenhausen dove morirono in 50mila
Gli studenti del liceo scientifico del Gobetti di Scandiano rivivono quel dramma: «Ci siamo resi conto di cosa davvero abbia voluto dire essere imprigionati lì»
BERLINO. «Quando visiti un luogo ti rendi conto di cosa davvero abbia voluto dire essere lì. Prima avevamo sensazioni astratte, anche se precise perché eravamo ben preparati a tutto questo». Hanno tanti spunti da offrire le ragazze e i ragazzi della quinta F del liceo scientifico del Gobetti di Scandiano, una delle classi impegnate nel primo turno del Viaggio della Memoria 2020 a Berlino.
Giulia Campari, Riccardo Felici, Eleonora Montanari e Silvia Bertocchi hanno visitato il campo di prigionia di Sachsenhausen, uno dei primi centri di detenzione costruiti dai nazisti, creato nel 1936 alle porte di Berlino, a Oranienburg, proprio nei mesi in cui la Germania si presentava al mondo con le Olimpiadi, quelle dominate da Jesse Owens.
All’appuntamento il gruppo del Gobetti è arrivato pronto, grazie a una lunga e dettagliata preparazione insieme alla docente Lorena Lanzoni. «Quando ci è stato proposto il viaggio della memoria siamo stati contenti: è un argomento che ci ha sempre interessato, sappiamo che più che una gita d’istruzione questo è un viaggio di formazione, e ci interessava visitare Berlino», raccontano Campari, Felici, Montanari e Bertocchi.
«Personalmente avrei preferito Auschwitz, sono comunque contento di essere venuto, ad Auschwitz da un posto di vista pratico avremmo visto più dettagli – precisa Riccardo – Dico questo perché noi abbiamo fatto una preparazione molto precisa, conoscevamo già i tre quarti delle cose che ci hanno detto le guide. Molto diverso è stato poter stare da soli, pensare e riflettere. Camminare sui luoghi dove sai che è successo quello che è successo qui. E poi, a volte, credo ci sia il rischio di identificare solamente Auschwitz come luogo della Shoah. Sachsenhausen era un campo modello, forse è più importante conoscere questo rispetto ad altri».
Inoltre, aggiunge il gruppo dell’Istituto Gobetti, «qui i reclusi non erano solo ebrei, è molto più semplice immedesimarsi, ci hanno parlato di raid neonazisti nel campo non tanti anni fa: è una vicenda che fa paura, genera disgusto, è come se non si riuscisse ad accorgersi che potrebbe succedere ancora».
Alla fine, grazie al lavoro fatto in precedenza, «abbiamo avuto un impatto più razionale, ci ha fatto pensare molto, in maniera diversa dalle nostre aspettative».
E le riflessioni ora non mancano. A partire da quelle sulla pianificazione di questo sistema: «È proprio brutto pensare che tante persone a tavolino si sono messe lì a programmare, a guardare i costi economici dello sterminio. L’organizzazione colpisce davvero, basti pensare alle baracche tutte sistemate in maniera precisa, alle stesse distanze».
Anche diversi luoghi comuni si sgretolano: «Dire che Hitler era pazzo è troppo semplice. AL contrario, era molto intelligente: poi ha usato le sue doti per percorsi sbagliati. Però basta guardare l’organizzazione nazista, tutti lavoravano senza sgarrare, è un aspetto ancora più macabro: e se questa organizzazione fosse stata usata per fare del bene? C’erano tanti scienziati, Hitler ha risollevato il Paese dalla crisi economica, definirlo solo un pazzo non ha senso». —
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