«Le baracche vicine alle case e tutti facevano finta di niente»
BERLINO. Conoscere luoghi come Sachsenhuasen, immersi nella periferia residenziale, porta anche a inevitabili pensieri sul coinvolgimento collettivo di una popolazione: «Il campo è vicinissimo alle case. Oltre agli addetti, anche i civili sapevano cosa stesse succedendo e nessuno ha fatto niente, ci sono persone che anche adesso abitano a pochi metri dalle baracche», fanno notare gli studenti dell’Istituto Gobetti di Scandiano. Molte strutture sono state riutilizzate, ad esempio come centri di addestramento per la polizia: «È immorale che le strutture in cui si addestravano le SS siano utilizzate anche oggi dalla polizia. Non sono edifici particolari, sono banali caserme. Forse la Germania non è andata davvero oltre, almeno da fuori non sembra sia così. Noi siamo cresciuti nel Reggiano, da noi la presenza dei partigiani si sente, è la nostra storia, quella dei nostri nonni partigiani appunto. E si sente chiaramente la percezione del male fatto dal fascismo».
Il bilancio finale della visita al campo?
«Ne è valsa la pena, per quanto avessimo studiato bene noi ragionavamo di questioni astratte, è importante concretizzarle, si fa fatica a immaginare tutto questo».
Per questo, aggiungono, «non ci spaventano tanto i negazionisti, quella è gente che vuol far parlare di sé. Usano motivazioni troppo effimere: come i terrapiattisti, vogliono solo essere sulla bocca degli altri. Molto più pericolosi sono quelli che dicono che è stato giusto».
Gli ultimi studi dicono che il 15% degli italiani non crede che la Shoah sia avvenuta davvero: «Forse bisogna aspettare le nostre generazioni, magari gli studi sono fatti su fasce di età più elevate, che hanno avuto meno possibilità di istruzione e hanno vissuto in un periodo di cui si parlava meno di questi temi». —
Adr.Ar.
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