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Se l’alto Appennino si “ferrarizzasse”... Lettera aperta all’assessora alla Montagna

Nell'editoriale del direttore della Gazzetta si parla del segno blu leghista che sta al luogo più basso d’Italia (-3,44 metri sotto il livello del mare) come al borgo più alto del Crinale. Dove il radar della Regione non arriva, ci sono problemi identici: spopolamento, comunicazioni vecchie, servizi insufficienti


16 febbraio 2020 Stefano Scansani


Lettera aperta al nuovo assessore regionale alla Montagna, alla programmazione territoriale e alle Pari opportunità.

Gentile signora Barbara Lori, è blu il punto più basso d’Italia. Sono blu le montagne più alte della regione. Le estremità emiliane sono unite nella stessa sorte che somma lo spopolamento, la pochezza dei servizi, il risentimento verso la consuetudine amministrativa della sinistra e quindi il risultato elettorale delle recentissime Regionali: blu.

Che è il colore fusion della destra e, più che altro, della Lega che aveva promesso e previsto di dilagare.

La corte delle Magoghe, nel Ferrarese, è in piena area blu, come tutto il Ferrarese. È il mar Morto d’Italia (perché là fino a settant’anni fa si estendevano le Valli di Comacchio).

Per descrivere questa depressione che coincide con la frazione delle Contane di Jolanda di Savoia, mi piace usare un termine geologico molto fonosimbolico: è la fossa tettonica più profonda, che “scende” a 3,44 metri sotto il livello del mare. A 37 chilometri c’è Comacchio, a 18 c’è Codigoro, a 30 c’è Goro.

Lontano dalla via Emilia, nell’unica provincia che diverge per orientamento geografico dall’asse romano Rimini-Piacenza, dentro una prateria, nel mezzo delle risaie, tagliata da una strada da Pampa argentina che porta il nome di Gran Linea, c’è il blu ferrarese.

Cioè tutta quell’astinenza dalla modernizzazione, dalle infrastrutture, dalle comunicazioni, dall’interesse della politica.

Il Pd, la sinistra, la nuova giunta Bonaccini ha un bel da felicitarsi per lo scampato pericolo, perché quei numeri blu parlano: a Jolanda di Savoia la candidata della Lega Lucia Borgonzoni ha conseguito il 60,75 per cento. E nell’intorno è andata così: a Codigoro il 63,29, a Comacchio il 68,78, a Goro il 77,38. Poi c’è l’acqua.

Il radar della sinistra e di tutta la sua tradizione esuberante, rigorosa emiliana, riformista e anche migliorista, deve avere avuto un difetto non di poco conto: non ha funzionato nella bassura come nelle altitudini. Lo stesso blu il 26 gennaio ha infatti segnato il Crinale appenninico, più che altro reggiano. Chi dunque nei decenni ha governato la Regione e ha rappresentato il Partito Democratico e i suoi avi, ha perso il sonar e l’altimetro. Così tutto il territorio dell’alto Appennino s’è tinto di blu, sempre più intenso nei Comuni più distanti da Reggio Emilia, dalla via Emilia.

A Castelnovo Monti, ritenuto il centro nevralgico della nostra Montagna, Lucia Borgonzoni si è attestata sul 52,23 per cento contro il candidato del centrosinistra Stefano Bonaccini che ha invece ottenuto il 41,98.

In sequenza la candidata leghista negli altri sette Comuni dell’Alto Appennino è andata così: a Casina 48,65 per cento, a Carpineti 50,37, a Vetto 56,72, a Toano 58,30, a Baiso 50,06, a Villa Minozzo 55,94 e a Ventasso 58,82.

Per eccesso il blu profondissimo delle Magoghe di Jolanda di Savoia corrisponde al blu altissimo di Ospitaletto di Ventasso, che è uno dei borghi più elevati del Crinale (1.167 metri sul livello del mare).

Qui, signora Lori, volevo arrivare, a quegli otto Comuni dell’alto Appennino reggiano che corrispondono all’area che è protagonista della nostra inchiesta: “La Montagna è morta? (diteci che non è vero)”. Un’inchiesta che nei giorni successivi alla tornata elettorale ha ospitato un’intervista al presidente Stefano Bonaccini riconfermato.

Riteniamo l’assessorato alla Montagna un frutto anche della nostra attività, a soddisfazione del quesito “a che cosa servono i giornali?”.

Lasci perdere la lista di tutte le buone intenzioni, che erano buone per la campagna elettorale, e spieghi quali sono gli obiettivi del suo mandato, le risorse, le priorità e i tempi.

Sappia che la delega alla Montagna (e più estesamente quella ai territori interni) negli ultimi anni si è caricata di responsabilità e problemi considerevoli.

È lassù che si decide il destino della Regione, dove si può ribaltare la dinamica che corrisponde al vecchio detto popolare “l’acqua la va a la basa”. Tradotto non letteralmente: ciò che avviene sui rilievi alla fine condiziona la pianura.

In ordine d’urgenza, la gente della montagna attende di conoscere quali sono i suoi impegni sulla viabilità, il lavoro e le imprese, i servizi, e poi sull’ambiente, il Parco, il turismo e il marketing territoriale.

La sua delega anche alle Pari Opportunità potrebbe essere fatta apposta anche per immaginare una soluzione del gap fra la Montagna e la Pianura che non può essere risolto solo con una romantica “restanza”. Cioè la volontaria decisione dei cittadini di restare lassù per amore e devozione dei luoghi.

Infine, signora Lori, essendo lei del Pd, sa bene come la carta assorbente dell’Emilia-Romagna abbia raccolto una consistente penetrazione di blu, mentre il rosso è rimasto saldato alla via Emilia, quindi alle aree dinamiche e metropolitane della regione. Se davvero la “Ferrarizzazione” è lo spauracchio del suo partito, va ricordato che 5 anni passano in fretta e che la corte Magoghe non è poi così lontana dal Crinale dei nostri Appennini, anche se il detto antico “andare in Gòga e Magòga” significa perdersi in un paese lontanissimo.

Per quel che riguarda la nostra terra questo non è un rischio favolistico, perché il modo di dire deriva dall’Apocalisse.

Attendiamo sue notizie. —

s.scansani@gazzettadireggio.it

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