Serve uno sviluppo pianificato Ma quassù non si fa squadra
L’errore più grossolano che si rischia di commettere parlando di Appennino reggiano è quello di considerare le sue problematiche legate solo ai suoi abitanti.
Una montagna che si spopola, meno coltivata e quindi meno curata diventa un rischio (ed un costo) per tutta la provincia.
La montagna è fonte d’acqua (spesso potabile), una risorsa da preservare e tutelare ma anche un grosso pericolo in caso di piogge torrenziali (come gli abitanti dei comuni rivieraschi sanno bene).
Avere una città che ospita poli di eccellenza nel settore sanitario, universitario e industriale, ai piedi di un Appennino che fatica a rimanere al passo, costringerà all’utilizzo di ingenti somme di denaro per sopperire ai danni ciclici dovuti ad un territorio incolto e abbandonato.
Vivere in montagna costa di più. Costa più energia e più denaro. Chi si occupa di agricoltura sa bene di quello che stiamo dicendo.
Esistono realtà commerciali che sono assolutamente fuori dalle logiche di mercato ma che hanno un valore intrinseco fondamentale. Sono degli avamposti che permettono ai borghi di non morire, luoghi in cui ci si può ancora incontrare, fornitori di servizi essenziali.
Penso sopratutto ai piccoli negozi di generi alimentari o alle botteghe artigiane. Queste attività sono schiacciate sotto il peso della burocrazia e delle tasse, sempre più spesso i figli di commercianti che per decenni hanno tenuto aperte, con fatica, le loro attività, decidono di occuparsi d'altro, spaventati dal futuro sempre più minaccioso.
Il ricambio generazionale è il problema centrale che affligge l’Appennino.
Non è vero che in montagna non c’è lavoro.
Basta varcare le soglie di qualsiasi azienda (anche agricola) per ascoltare le lamentele dei proprietari sulla difficoltà nel reclutare personale qualificato.
Negli ultimi anni le scuole superiori hanno avviato, in maniera lungimirante, programmi specifici proprio per fornire tecnici specializzati pronti da inserire sul mercato del lavoro.
Attraverso una importante defiscalizzazione si possono incentivare i giovani ad aprire nuove attività o a prendere in mano quelle dei genitori.
La mancanza di nuove leve attraversa tutti i settori, compresa la politica.
La classe dirigente degli anni Novanta non si è preoccupata di formare una nuova generazione in grado di gestire la cosa pubblica.
Così, da decenni, le facce sono sempre le stesse, trascinando gli abitanti dell'Appennino verso un atteggiamento di sfiducia e distacco nei confronti della politica.
Invece solo la politica è in grado di cambiare la situazione attuale.
Forse con una revisione delle circoscrizioni elettorali (nazionali e regionali), in cui si desse peso alla superficie e non solo alla densità abitativa di un territorio, la politica inizierebbe a occuparsi di montagna con più fervore e convinzione.
Infine vi è un problema che depotenzia il potere contrattuale dell’Appennino: l’incapacità di fare squadra per coordinare uno sviluppo pianificato.
Con la soppressione delle Province il processo è diventato ancora più evidente.
A volte sindaci e parlamentari provano, in buona fede, ad auto-candidarsi, o meglio ad auto-legittimarsi ad essere i portavoce delle problematiche in Appennino. Ma per essere efficaci le istanze vanno sollevate attraverso azioni condivise.
Solo attraverso l’organizzazione di un coordinamento tra comuni si possono rivendicare e gestire risorse pubbliche.
Con una nuova generazione di politici, indipendenti da quelli che li hanno preceduti, in grado di capire le potenzialità che l’Unione Europea offre. —
Matteo Manfredini
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google