Cerimonia al memoriale di Karlshorst. È questo il momento delle riflessioni
Le ragazze della V E del liceo Spallanzani: «Cosa portare nella valigia? Lo spirito che nessuno è riuscito a soffocare»
BERLINO. Una settimana utile per capire cosa portare nella valigia. Il primo turno del Viaggio della Memoria 2020 si è concluso sabato mattina al memoriale di Karlshorst a Berlino, nel luogo in cui l’8 maggio 1945 la Germania nazista firmò la resa incondizionata. Lì, dopo una settimana di visite e approfondimenti, si ritrovano tutti i ragazzi e le ragazze delle scuole superiori reggiane impegnati nelle tre settimane del viaggio. Sabato 15 febbraio è arrivata la prima occasione per le riflessioni collettive. Un modo per fare un bilancio sul cammino e pure, in molti casi, su un percorso scolastico condiviso, visto che si parla in gran parte di classi quinte.
«Sta per finire per noi un’esperienza particolarmente importante, sia per il significato che porta con sé sia perché è la nostra ultima gita», sottolineano le ragazze della quinta E del liceo Spallanzani, che nei giorni precedenti avevano potuto conoscere il memoriale dedicato all’ex campo di detenzione di Sachsenhausen, uno dei primi centri di detenzione creato dal nazismo, attivo dal 1936 dei Giochi Olimpici cittadini sino al 1945 del definitivo collasso.
«Da Berlino torneranno a casa con la risposta a un quesito che non ci si vorrebbe mai porre. In questi giorni ci siamo fatti più volte una domanda e adesso vorremmo porla anche a voi: cosa mettereste nella vostra valigia se doveste partire domani per un lungo viaggio senza meta e senza certezza di ritorno? Ce lo siamo chiesti perché è la scelta che avremmo dovuto prendere se fossimo vissuti circa 80 anni fa, durante il nazismo, a causa dei frequenti bombardamenti e delle deportazioni», sottolineano richiamando le migliaia di vicende che hanno incontrato visitando Sachsenhausen e gli altri memoriali berlinesi. «Saremmo dovuti essere pronti a partire con una piccola valigia con tutto il necessario per sopravvivere fisicamente e mentalmente».
E come si sarebbe dovuta comporre, quella drammatica valigia? «Escludendo tutto ciò che la tecnologia ci ha dato, noi probabilmente avremmo portato qualcosa da mangiare come del pane e dell’acqua, i nostri documenti, vestiti, soldi e ah... la cosa più importante: i ricordi, come foto e gioielli di famiglia. Sarebbe tutto il necessario per sopravvivere ma siamo uomini, siamo anime e dobbiamo vivere, non sopravvivere», è il primo pensiero.
I sacrifici sarebbero tanti: «Mancherebbero i giochi da fare la domenica in famiglia, il vestito elegante da mettere a cena con l’uomo che ami o la comodità che solo il letto di casa tua può avere». Sono «cose che la guerra ha tolto a centinaia di migliaia di persone e, come ci ha detto Federica, la guida che ci ha mostrato il campo di Sachsenhausen, “possono portarti via il lavoro, i tuoi cari e la dignità ma non la coscienza”. Quella coscienza, così forte, ha resistito per anni ed è arrivata fino a noi: è il motivo per il quale noi tutti siamo qui oggi».
E qui arriva la risposta alla domanda fatale: «Non dimenticate mai di portare nella vostra valigia quello spirito che nessuno è mai riuscito a soffocare». —
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