Addio a Flavio Bucci, l’alter ego di Ligabue
La notizia della morte dell’attore, che aveva 72 anni, è stata accolta come una doccia fredda a Gualtieri, dove Bucci era un volto molto conosciuto
GUALTIERI. Se n’è andato un amico di Gualtieri, Flavio Bucci, che da queste parti era di casa. Il suo legame con il paese risale al lontano 1977, anno in cui venne girato, tra la Bassa reggiana e la Francia, il celebre sceneggiato Rai “Ligabue”, che contribuì in maniera decisiva a far conoscere le sue doti di attore e a “sdoganare” la figura del “Toni”, che grazie alla potenza televisiva venne conosciuta dal grande pubblico.
La notizia della morte dell’attore, che aveva 72 anni, ieri è stata accolta come una doccia fredda, a Gualtieri, dove Bucci era un volto molto conosciuto. Anche se mancava in paese da circa tre anni, le sue visite in terra gualtierese erano piuttosto frequenti, in particolare negli ultimi anni, quando si sono moltiplicate le iniziative artistiche e culturali dedicate a Ligabue, del quale – di fatto – Bucci era diventato negli anni un alter ego, grazie a quell’interpretazione rimasta nella memoria collettiva degli italiani.
L’attore è stato trovato senza vita ieri mattina nella sua abitazione a Passoscuro, nel Comune di Fiumicino, stroncato da un infarto. Nato a Torino nel 1947 da una famiglia molisano-pugliese originaria di Casacalenda, in provincia di Campobasso, e di Orta Nova, in provincia di Foggia, si formò alla Scuola del Teatro Stabile di Torino, poi giunse la grande chiamata del cinema, con Elio Petri che lo scelse come protagonista del film “La proprietà non è più un furto”, del 1973. La notorietà arrivò poi con “Ligabue” di Salvatore Nocita – e sceneggiatura di Cesare Zavattini – con il quale tornerà a lavorare ne “I promessi sposi” nel 1989.
Tutta Italia ebbe modo di apprezzarne le qualità di un grande trasformista. Sempre per il piccolo schermo, recitò anche ne “La piovra” (1984) di Damiano Damiani e in “L’avvocato Guerrieri - Ad occhi chiusi” (2008) di Alberto Sironi, mentre diede la voce a uno dei personaggi più iconici del cinema, il Tony Manero-John Travolta ne “La febbre del sabato sera”.
Dopo aver lavorato con Giuliano Montaldo nei film “L’Agnese va a morire” (1976) e “Il giorno prima” (1987), i suoi ruoli per i grande schermo restano legati a quelli di grande caratterista: in primis don Bastiano in “Il marchese del Grillo” di Mario Monicelli (1981) che, prima di essere impiccato, sul patibolo, mette insieme uno dei discorsi più potenti e divertenti del cinema. Seguirono, nel 1983, “Sogno di una notte d’estate”, primo lungometraggio di Gabriele Salvatores; “Tex e il signore degli abissi” del 1985; “Secondo Ponzio Pilato” del 1987; “Teste rasate” del 1993; “Il silenzio dell’allodola” del 2005 e “Il divo” di Paolo Sorrentino nel 2008.
Parallelamente a quella cinematografica e televisiva, Bucci portò avanti una fervida carriera teatrale, sempre di primo piano: “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll; “Le memorie di un pazzo”; “Uno, nessuno e centomila”; “Il fu Mattia Pascal”, “Chi ha paura di Virginia Woolf?” e “Riccardo III”. Bucci – che ha avuto tre figli da due matrimoni – non ha mai fatto mistero della vita dissoluta che per anni ha condotto, raccontando in diverse interviste come il successo si affiancò agli eccessi legati ad alcol e droga, che lo ridussero in povertà. Già dalle prime ore dopo la morte, il web ha diffuso a macchia d’olio le sue migliori interpretazioni, a eterno ricordo di un grande attore.
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