Gazzetta di Reggio

Reggio

Goldoni Arbos chiede il concordato

Saverio Cioce

Lavoratori in sciopero. Incontro dei sindacati con i sindaci. Il 20 teleconferenza con la Cina sul futuro dello stabilimento

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«Ci aspettavamo da un giorno all’altro la presentazione del piano industriale e la cassa integrazione. Invece adesso è tutto buio, il concordato ci riporta ai giorni della crisi del 2015. E non sappiamo cosa aspettarci dal futuro, che tipo di soluzione hanno in mente in Cina».

Bruno Carpi, dipendente della ex Goldoni Trattori dal 1996, riassume con poche parole quello che pensano i 240 dipendenti dell’azienda, passata quattro anni fa in mano cinese. Ora il marchio si chiama Goldoni Arbos, è sempre attivo nelle macchine agricole, ma la fabbrica è impantanata in un limbo di “non produzione”. Ieri mattina la mazzata finale, con la richiesta al Tribunale di Modena di un concordato. Al termine del quale può esserci di tutto: dalla cessione alla chiusura. Quindi nessuno dei fornitori potrà avanzare pignoramenti; anche i contoterzisti , con i magazzini pieni di materiali da consegnare e che pure da mesi aspettano i pagamenti delle forniture arretrate, restano bloccati per ogni rivendicazione. I dipendenti si sono riuniti subito in assemblea votando il ritiro immediato della procedura, la continuità di produzione e il pagamento dei fornitori. Ieri pomeriggio sciopero per due ore, dalle 15 alle 17, con un presidio davanti al Comune di Carpi dove i due sindaci interessati allo stabilimento, Alberto Bellelli per Carpi e Lucio Malavasi per San Martino in Rio, hanno incontrato i delegati sindacali. In ballo non c’è solo la sopravvivenza di un azienda simbolo della zona, ma anche un modello di relazioni sindacali e pace sociale.

Se un gigante industriale che ha dietro lo Stato cinese può comprare una ditta e fare carta straccia del “Patto per il lavoro”, che vincolava anche le associazioni degli industriali, allora la sfilza delle crisi incombenti è solo all’inizio. I trattori fabbricati nelle campagne della Bassa reggiana e modenese che vanno in giro per il mondo per ora sono un sogno perduto, come i 400 dipendenti dei tempi d’oro, ora quasi dimezzati. Erano 270 sino all’estate scorsa ma con il fermo, da settembre, è cominciato un esodo alla spicciolata.

«Siamo rimasti in 240 – dice Rossana Bertelli, al lavoro in azienda dal 2002 – La gran parte di noi è tra i 40 e i 50 anni, chi ci prende adesso? Noi da settembre avevamo capito che c’era qualcosa che non andava perché, anche se pagavano regolarmente gli stipendi, l’azienda era praticamente ferma. I trattori arrivano già quasi completi dalla Cina». «Diciamo pure che montiamo le ruote e togliamo qualche punto di ruggine – aggiunge la sua collega Giuliana Canu, pure lei veterana nella ditta – Ci sono esemplari che arrivano dalla Cina e che vengono immessi direttamente nella rete di vendita».

«Dentature, trattamenti termici e rettifiche sono i punti di forza della produzione nello stabilimento di Carpi – riassume Angelo Dalle Ave, (Fiom Cgil) – Adesso vedremo cosa decideranno fra una settimana, con i cinesi in teleconferenza. Sarà quella la data chiave per capire il futuro dell’azienda». I due sindaci scendono in strada, si mescolano al presidio al termine della riunione e assicurano: «Non lasceremo nulla d’intentato ma facciamo fatica a vedere un interlocutore affiabile – spiegano –. Abbiamo parlato con la Regione, si stanno muovendo per via diplomatica anche loro. Siamo con voi». —



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